TREIA Ospedale civile Santa Maria Maggiore - Ospedali d'Italia

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TREIA Ospedale civile Santa Maria Maggiore

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Il Sindaco di Treia, da me interpellato, ha girato la richiesta di informazioni alla locale Accademia Georgica  (http://www.accademiageorgica.it/) che a suo tempo aveva elaborato un saggio  sulla storia dell'Ospedale a firma di Alberto Meriggi.
Senza il loro prezioso aiuto non avrei trovato nulla!

Tra i secoli XII e XIII è documentata la presenza a Treia di più di 10 istituzioni attive nel campo dell’accoglienza e dell’assistenza ai bisognosi e agli infermi e fra queste un posto di rilievo ricopre la Confraternita di S. Maria Maggiore, che dà anche il nome all’Ospedale di Treia, che risulta operante fin dal 1389 o addirittura dal 1364, come dimostrano i documenti di questa fraternità. Si tratta dei 4 statuti della Confraternita: il primo del 1364, il secondo del 1389, il terzo del 1440 e il quarto, il più importante, del 1567. Quest’ultimo documento in realtà è il breve Pastoralis officii di papa Pio V di riconferma della fondazione del sodalizio e delle sue prerogative e contestualmente si attesta che la Confraternita era attiva già da trecento anni. Rifacendosi a questa affermazione del papa, nel 1814 Fortunato Benigni, uno dei più importanti personaggi della storia di Treia – intellettuale, politico, fondatore dell’Accademia Georgica, ecc. – utilizzò l’antichità della Confraternita per dimostrare che l’ospedale di Treia era tra i più antichi della regione. La prima vera testimonianza storica dell’esistenza dell’ospedale ce la offre il secondo di quei documenti, quello del 1389, nel quale si dice che nella riunione della Confraternita del 24 giugno 1389 fu stabilito, tra l’altro, che i priori si dovevano recare due volte l’anno a visitare e a controllare l’ospedale e a fare in modo che i malati fossero trattati bene, «come poveri di Cristo».  
Dal libro delle adunanze della Confraternita sappiamo che alla fine del Settecento la struttura doveva essere fatiscente se in una riunione del 9 settembre del 1793 l’amministrazione propose la costruzione di un nuovo ospedale “trovandosi [...] in positiva necessità di essere riedificato in una via più salubre che giovi meglio alla salute non meno degli infermi che degli addetti alla loro custodia”. L’anno dopo, il 25 giugno del 1794 si stabilì di far redigere il progetto per un nuovo ospedale, ma contestualmente anche di ristrutturare quello esistente. Nella riunione del 27 novembre 1795 si decise di affidare i lavori di ristrutturazione all’architetto di Pollenza Luigi Fontana che avrebbe dovuto procedere secondo un disegno dell’architetto Carlo Rusca. Il cantiere aprì i battenti nel 1796. I lavori in pietra vennero eseguiti dallo scalpellino Vincenzo Palombi. La ristrutturazione terminò nel 1801 e l’anno dopo vi fu il collaudo da parte di Patrizio De Mattia per gli interni e da parte di Carlo Rusca per gli esterni. In quella occasione furono posti sulla facciata i segni e i simboli più significativi della storia della Confraternita e dell’ospedale, tutti ancora oggi ben visibili. Due ovali in pietra, l’uno raffigurante la Madonna di Loreto a ricordare la Confraternita di S. Maria Maggiore che in origine si chiamava di S. Maria di Loreto, l’altro raffigurante un volto di Cristo Salvatore a ricordare a chi varcava quella soglia, insieme al monogramma dell’Eucarestia “Jesus Hominum Salvator”, che la prima medicina, la più efficace cura era pur sempre quella spirituale e che una possibilità di salvezza c’era comunque. Fu posta anche una semplice iscrizione di due sole parole:“ Praesidium Pauperum” ad indicare che ancora alla fine del Settecento l’ospedale era e voleva essere quello che era sempre stato e cioè rifugio, protezione, aiuto e difesa dei poveri. Molto interessante è l’iscrizione posta sotto l’ovale della Madonna: “Apothecae istae cum mansionibus 3 adnexis non gaudent immunitate”. Era un monito che avvertiva che quell’edificio non godeva dell’immunità, cioè non godeva della protezione che la Chiesa concedeva nel recinto in cui essa esercitava pieno potere.  
Nel suo breve papa Pio V indicava anche le finalità che si dovevano perseguire: “Ricevere e alimentare tutti i bambini esposti di ambedue i sessi, accogliere e curare tutti i poveri infermi, somministrare gratuitamente i medicinali ai poveri, accogliere i pellegrini poveri, assegnare doti alle fanciulle povere e oneste, aiutare gli studenti e i religiosi”. Dalle carte d’Archivio sappiamo che l’ospedale era amministrato in forma promiscua da laici ed ecclesiastici che venivano nominati dal vescovo di Camerino che era anche vescovo di Treia. Costituivano un Comitato composto da un Cappellano, un Camerlengo, un Segretario e un Ospedaliere, quest’ultimo svolgeva anche le funzioni di custode e di infermiere. Dai registri degli esposti e delle balie sappiamo che nel periodo compreso tra il 1744 e il 1769 tutti gli esposti venivano accolti nell’ospedale che solitamente ne riceveva circa una decina l’anno attraverso la porta dei trovatelli.
Per conoscere i materiali e gli arredi in uso nel Settecento nell’ospedale, ci sono d’aiuto due interessantissimi inventari, l’uno del 1753 e l’altro del 1765 nei quali si legge: “Dodici letti con trespoli e tavole, due tavole per mangiare compresi i piedi, una bara da portare i morti assai usata, dieci chiavi per tutte le porte delle stanze dell’ospedale e della stalla, una campanella di ottone usata che si deve appendere nella porta dell’ospedale o nella ruota, acciò possi suonarsi in tempo che portano occultamente gli esposti, una ruota di legno assai usata dove si depositano gli esposti”. Inoltre da un pozzo si poteva attingere acqua corrente. Cosa singolare negli inventari non sono elencati strumenti medici e chirurgici, forse perché i sanitari usavano strumenti di loro proprietà che si portavano appresso quando servivano o che lasciavano nell’ospedale, ma erano 4 di loro proprietà. Da un questionario del 1809, quindi di appena otto anni dopo la ristrutturazione dell’edificio, sappiamo che l’ospedale disponeva ancora di dodici letti, che in esso si curavano tutte le malattie eccettuate l’etisia (ossia la tisi), la pazzia e i mali venerei. Sappiamo che vi erano anche quattro letti per cronici ed inabili. Ancora ai primi dell’Ottocento restava vivo nella struttura l’antico spirito caritativo in quanto tra i malati avevano la precedenza per il ricovero i più poveri e quelli senza famiglia. Erano i parroci che stabilivano le graduatorie. Comunque le malattie dovevano essere attestate e comprovate dai medici e chirurghi del Comune i quali, in quell’epoca erano in quattro, due medici e due chirurghi, obbligati a curare gli infermi ricoverati senza ricevere compensi ulteriori dall’ospedale perché pagati dal Comune che, del resto, li nominava.  L’ospedale ristrutturato disponeva di due sale, una per gli uomini e una per le donne, che erano separate da un altare dove si celebravano le messe nei giorni festivi. Nel piano inferiore vi erano tre camerette per il ricovero degli invalidi. Nella prima metà dell’Ottocento, nello stesso edificio dell’ospedale, al piano terra, risultano presenti i locali della sede della Confraternita, della farmacia, della chiesetta e del Monte di pietà.
Solo nel 1859 fu inaugurato il nuovo ospedale, l’attuale sede. Cessato il Governo pontificio nel 1860, per effetto di un Decreto del Regio Commissario Valerio, l’amministrazione della Confraternita passò alla Congregazione di Carità che nel 1902 il 28 luglio deliberò il primo Statuto Organico dell’Opera Pia Ospedale di S. Maria Maggiore, definendone i compiti e le finalità Una legge del 1937 fece subentrare alla Congregazione di Carità l’Ente Comunale di Assistenza, l’Eca,  che cominciò ad amministrare sia l’ospedale civile che le altre opere pie di Treia. Così l’ospedale iniziò a vivere un periodo contrassegnato da espansione e miglioramento delle strutture e sempre maggiore organizzazione interna. Giornate di degenza e ricoveri salirono a picco nel 1940 con l’inaugurazione di nuovi reparti: 25 letti per medicina,  6 letti per la maternità con sala parto, un gabinetto radiologico, 50 letti nel reparto di chirurgia, alcuni ambulatori ed altri servizi. Nel 1948 i lavori di ammodernamento dei reparti giunsero a compimento con la creazione di una nuova sala operatoria e il riscaldamento centralizzato in quasi tutto l’edificio.
Nel 1950 l’ospedale aveva raggiunto una disponibilità complessiva di un centinaio di posti letto.
Era strutturato su due piani dove erano sistemati i due reparti. Il reparto di chirurgia raggiunse una sessantina di posti letto distribuiti in due grandi corsie (maschile e femminile) di circa 20 posti ciascuna, più 20 posti distribuiti in 10 camerette da due letti. Un ruolo importante nell’organizzazione e nell’assistenza ai malati avevano anche le suore Figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli, denominate cappellone. Nel 1968 la sede dell’ospedale fu completamente trasformata ed ampliata con la realizzazione di una nuova ala contigua al fabbricato esistente, costruita su un’area acquistata dal Comune di Treia, dopo che era stato demolito il Monastero di S. Benedetto. Nello stesso anno l’ospedale venne  classificato Ospedale Generale di Zona e l’anno dopo venne dichiarato Ente Ospedaliero.  La riorganizzazione sanitaria regionale con lo spostamento e l’accentramento dei tradizionali reparti di medicina e chirurgia nell’Ospedale provinciale ha individuato oggi nell’Ospedale di Treia la sede della Lungodegenza prima, poi di Cure intermedie, la Riabilitazione e il distretto sanitario.


 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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