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MILANO Ospedale Niguarda

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L’Ospedale Niguarda ha una storia relativamente recente ma, come milanese acquisito, con orgoglio lo considero uno dei migliori ospedali italiani, sicuramente all’avanguardia e di cui, nella sua storia, troveremmo molte più cose sull’attività clinica-pionieristica  che non ai suoi continui mutamenti e adattamenti architettonici al progresso medico.  Nel testo “1939-1989 cinquant'anni di evoluzione della medicina di Aldo Selvini,” curato dall’Amministrazione Ospedaliera,  troviamo riportato che, “ negli anni cinquanta, fu eseguito dal prof. De Gasperis il primo intervento in Italia in circolazione extracorporea e, nello stesso anno, aprì la prima Divisione italiana di Chirurgia Toracica. Negli anni sessanta venne realizzato il primo intervento in Italia di applicazione di pacemaker artificiali. Negli anni settanta aprì la prima banca dei tessuti italiana.  Pochi anni dopo venne realizzato il primo trapianto italiano di rene da vivente e fu istituita la prima Neurorianimazione italiana. Negli anni ottanta aprì la Divisione Oncologica Medica Falck, fra le prime oncologie mediche ospedaliere in Europa e il primo centro in ospedale di riabilitazione equestre.  Negli anni novanta fu fondato il Centro di Chirurgia dell’Epilessia, unica struttura in Italia, ed di pochi giorni fa il traguardo del 2000esimo trapianto di fegato. “  Da allora ad oggi (mentre elaboro questa scheda) sono passati 30 anni e chissà cosa potremmo annoverare ancora nei primati della ricerca.
Il Selvini, sempre nel suo lavoro  (Vi invito calorosamente a leggere il testo), ci racconta come si arrivò alla decisione per la costruzione di un nuovo ospedale. “ Nel 1877 il Consiglio Provinciale di Sanità, preoccupato per le lamentele sempre più pressanti presentate dai cittadini, che trovavano eco nella stampa, aveva deliberato una ispezione all'ospedale Maggiore, onde determinare le condizioni igieniche;
La suddetta commissione, pubblicò i risultati dell'ispezione in termini tali da non lasciare più dubbi sull'inadeguatezza dell'antica e magnifica struttura a svolgere il suo compito assistenziale e terapeutico. 2200 malati ricoverati senz'altra distinzione che quella tra medicina e chirurgia, in locali che non usufruivano della benchè minima pulizia, senz'aria nè luce sufficienti, senza riscaldamento adeguato, con una dotazione d'acqua assolutamente impropria e incontrollata dal punto di vista igienico, senza sale per i tubercolosi separate dalle altre, nè sale di isolamento per i deliranti di tifo e polmonite; se poi si volesse entrare nei più minuti particolari si dovrebbe accennare alle vetuste soffitte in legno, alle larghe squarciature nei vani delle finestre, ai numerosi angoli, alle mura umide e internamente inquinate; cose tutte che nel loro insieme costituiscono le cause del mefitismo secolare, delle insediate malattie d'infezione, le quali, se dalla medicazione di Lister ebbero grandissimo freno, non sono perciò bandite dall'ospitale; senza dire della miriade di insetti schifosi che nelle infermerie hanno preso stabile domicilio. Questo quadro raccapricciante nel complesso, diventa ancora più drammatico quando la commissione passa di sala in sala: la sala Macchio, dove, per non far udire sulla strada prospiciente le urla dei deliranti, le finestre vengono costantemente chiuse;  la Sala Casati, per i bambini, posta sopra le canne fumarie della cucina, di fronte alle camere mortuarie è piena di insetti, il comparto Maddalena, ove sono ammucchiate le pazienti di ostetricia e ginecologia, senza distinzione tra gravide, lattanti, puerpere e operate, posto sul passaggio tra la cucina e le sale chirurgiche; la casa succursale Sant'Antonino, indescrivibile accumulo di malati di malattie cutanee, adulti e fanciulli di entrambi i sessi, molti dei quali tignosi e scabbiosi, la Rotonda, ove i cronici, collocati in un antico ed umido edificio a forma di tempio, sono tutt'intorno cinti e stretti da comparti nei quali vengono raccolti: vajuolosi, difterici, scarlattinosi e infine tutti gli affetti da quelle malattie per le quali è prescritto vero ed assoluto isolamento". Questa la situazione sanitaria dei vivi, resa credibile solo dalle testimonianze oculari dei partecipanti alla commissione; a ciò si aggiungeva l'orrendo spettacolo della sala per le autopsie e il deposito dei cadaveri, locato sotto le infermerie, di fianco alle cucine, in prossimità di una strada molto frequentata, di fronte alla sala delle partorienti, "contrario ad ogni principio di moralità e di decenza" oltrechè di igiene.   Il “lurido porticato", dall'aspetto di un magazzino di legna, in cui i morti, senza tener conto di una possibile morte apparente, attendono il becchino insieme alle salme dei morti trovati nelle altre parti della città, con poche speranze perfino di essere identificati dai congiunti, evoca immagini di medievale memoria, aprendo una ferita ideologica intollerabile nel cuore del secolo del progresso e nella città la cui generosa e tradizionale assistenza era giustamente famosa; La fredda spianata, sulla quale, l'uno appresso all’altro irrigiditi, senza distinzione di sesso, stanno talora distesi perfino 15 cadaveri; il pavimento, la soffitta, le mura, il graticcio che vorrebbe difendere i morti dall’insulto dei sorci, costituiscono un insieme, che la penna riesce difficilmente a descrivere. Finalmente con la seduta del 1° giugno 1917 si giunse alla deliberazione di acquistare l'area posta a nord di Milano, tra Affori e Niguarda, terreno reputato adatto vista la sua struttura agricola e la mancanza di strutture industriali, distante 5 chilometri dalla città.  Il bando di Concorso Nazionale per il progetto dell’0spedale fu pubblicato il 20 ottobre del 1926.  Il progetto doveva essere di un ospedale, sull'area già acquistata, che rispecchiasse i concetti moderni, di complessivi 1500 letti non ulteriormente ampliabili, suddivisi in 500 letti medicina, altrettanti chirurgia, 100 ostetricia e ginecologia, 80 oculistica, 50 pediatria, 90 chirurgia infantile, 60 isolamento, 30 per tubercolotici urgenti e isolati, 20 pronto soccorso e guardia, 30 deliranti, epilettici, etilici, 30 convalescenti.  Oltre a questa lista di "necessaria" il bando di concorso dava anche gli indirizzi architettonici che rappresentavano i "desiderata" dell’amministrazione, e cioè che si giungesse ad un costo minimale di gestione e che non fosse fatto spreco di lussi architettonici; in breve che il progetto rispondesse a linee semplici e austere e gli edifici fossero di due piani. Proprio in previsione di non ottenere un progetto soddisfacente, la commissione latrice del bando riservava al Consiglio degli Istituti Ospedalieri la facoltà di decidere come meglio credesse qualora il concorso risultasse non riuscito per insufficiente valore od  inidoneità dei progetti presentati (art. 15): veniva altresì comunicato che sarebbero stati rimborsati delle spese i primi dieci progetti presi in considerazione e che ai primi tre classificati sarebbero stati assegnati dei premi in denaro per l'ammontare di 100.000, 70.000, 5O.0OO lire, fermo restando che tutti i progetti  sarebbero rimasti di proprietà della amministrazione che ne avrebbe potuto usare con tutte le modifiche che ritenesse opportune e senza più consultare gli autori. Solo nel 1926 poté essere bandito un concorso pubblico per il progetto architettonico del nuovo Ospedale Maggiore di Niguarda, il quale ebbe uno svolgimento assai travagliato, tra ricorsi di alcuni concorrenti contro l'assegnazione del primo posto al progetto agli ingegneri Antonio Bertolaia e Virgilio Riva, lungaggini burocratiche e divergenze in seno al Consiglio ospedaliero.  Si decise infine, per superare tutte le difficoltà, di affidare la redazione del progetto esecutivo di costruzione all'Ufficio tecnico dell'ente, diretto dall'ingegnere Giulio Marcovigi senza ulteriori concorsi pubblici, con la collaborazione dell'architetto Giulio Arata e la sovrintendenza sanitaria di Enrico Ronzani.  Se l'antico ospedale funzionava per volontà divina e ricordava un luogo ove i peccati si purificano, il nuovo ospedale, ancora "del Perdono", funzionava per opera della scienza medica e tecnologica, e produceva salute lavorando la malattia.  L'ospedale non inizia con la tradizionale posa della prima pietra ma con un rivoluzionario colpo di piccone che demolisce prima la cascina Pellizzera, poi la cascina S. Martino, la Frisiana e la Casette, residui di una storia troppo lenta.  Dopo  un attimo nostalgico la scena è occupata dalle braccia dei lavoratori che fanno parte della tradizionale propaganda del regime, che danno il via alla costruzione del muro di cinta: lungo due chilometri e trecento metri, questo muro  era assolutamente necessario per chiarire che l'ospedale era una città fortificata, difesa da un piano regolatore rigido che impediva la speculazione sui terreni confinanti: ben visibile anche dal cielo, diffidava gli aerei nemici dal lanciare bombe ed esorcizzava l'entrata della morte. Prima ancora di essere finito, il nuovo ospedale era già entrato nella storia: nell'aprile del 1937, presso la "Fiera di Milano", si organizzava una vera e propria "Mostra degli Ospedali" con un padiglione apposito, e se ne affidava l'organizzazione ad un comitato il cui consulente tecnico era Ronzani, divenuto Sopraintendente Medico degli Istituti Ospedalieri.  L'ospedale Maggiore, partito con un preventivo modesto, arrivò a costare oltre 100 milioni, di cui 66 donati dalla beneficienza cittadina; il 10 Ottobre 1939 i giornali lombardi e quelli italiani annunciavano l'inizio del funzionamento dell'ospedale Nuovo oltre alla celebrazione della cerimonia di apertura, volutamente modesta, e il ricovero della prima malata nel padiglione di Medicina "Mario, Aldo e Vittorio Crespi": Luigia De Cicchi, 46 anni nata a Corbetta il 31.12.1892 operaia negli stabilimenti Alfa Romeo, con due figli minorenni, di religione cattolica, residente a Milano da 28 anni, accolta dal Medico della Accettazione e di Guardia sofferente di colecistite.”
In un articolo “ Il nuovo Ospedale di Milano - Il Redattore (1937:A. 53, giu., 1, fasc. 6)  Biblioteca Braidense – Milano” troviamo ulteriori informazioni.  Nel centro, dell'area è la bella chiesa, intitolata, come quella del vecchio Ospedale, alla SS. Annunziata. Nella cucina verrà preparato il cibo più comune, mentre ogni padiglione di almeno 250 letti ha la propria cucina dietetica con personale specializzato, in diretto contatto coi sanitari. La lavanderia, è sufficiente per quattromila letti, dovendo provvedere non solo per il Nuovo Ospedale, ma per tutti gli ospedali dipendenti; con annessa la materasseria, la stazione di disinfezione, il forno di incenerimento e la centrale termica.  Ogni piano è diviso dall'atrio dalla scala centrale e contiene due sezioni di 30 letti cadauna; quindi quattro piani hanno otto sezioni di trenta letti cadauna e cioè, in totale, 240 letti per ogni padiglione.  I padiglioni di cura sono coperti da terrazze sulle quali sono le verande con tettoie e tende per le cure di aria e di sole. La stanza tipo di sei letti, ha una superficie di mq. 45,50; si ritiene con ciò di aver risposto alle odierne esigenze igieniche, pur conseguendo un'economia nella costruzione e nell'esercizio, specie per il riscaldamento.  Le finestre sono con parapetto a metri 0,60 sul pavimento per consentire anche ai malati a letto la vista del giardino. I letti sono contrapposti tre per tre; per evitare correnti d'aria, la parte inferiore delle finestre laterali è fissa, la superiore a saliscendi. La finestra centrale invece si apre nella parte inferiore a libro e nella parte superiore a vasistas.  Due lavabi sono di fianco alla porta d'ogni infermeria; vi sono pure tre armadi per parte: uno per ogni malato. I lavabi delle stanze, oltre che più comodi per gli ammalati, evitano il viavai nei corridoi, inoltre permettono al personale di lavarsi nel passare da un malato all'altro. I colori delle pareti sono vari, per evitare la monotonia del bianco.
La sezione ospitaliera di trenta letti è provvista di un refettorio e di una camera di soggiorno, locale di 50 metri all'estremità dei padiglioni, di  una cucinetta di fronte al refettorio, di un guardaroba per la biancheria; di un locale per infermiere, di un locale di toilette per i malati, allo scopo di togliere il malvezzo del barbiere o della pettinatrice; di un gabinetto ogni dieci malati e di un bagno ogni 15, infine di un locale per attrezzi di pulizia. Ogni piano dei padiglioni chirurgici, ha una propria sala d'operazione, di forma rettangolare, con tre finestre.  Dal sito WEB istituzionale ancora qualche informazione; in 7 anni di lavori  oltre 1.000 operai portarono a compimento un progetto ambizioso e innovativo, oltre ai 1.500 posti letto, ne disponeva di ben  775 per il personale di assistenza. L'imponente architettura razionalista, tipica degli anni '30, e le opere d’arte conservate fanno di Niguarda un luogo tutelato dalle belle arti. Nel 1978 l'ospedale acquisisce l’autonomia dall’Ospedale Policlinico di Milano. Nel 1993 viene individuato come ospedale di rilievo nazionale e di alta specializzazione e riconosciuto Azienda Ospedaliera. Nel 2016, con la riforma del sistema socio- sanitario della Regione Lombardia, Niguarda acquisisce una serie di competenze e attività sociosanitarie e viene costituita l’Azienda Socio – Sanitaria Territoriale (ASST) Grande Ospedale Metropolitano Niguarda.
Infine una curiosità da wikipedia che ci parla del “logo”.  Alla fondazione in memoria di Bianca Maria Visconti, promotrice della costruzione dell'Ospedale, si scelse di inserire nel simbolo dell'ospedale una colomba circondata da raggi solari, come nelle insegne nobiliari dei Visconti.  Il marchio venne quindi arricchito di nuovi simboli: la cosiddetta “raza” (sole radioso), simbolo di fede, e dal cartiglio con la scritta “Ave gratia plena” (l'ospedale è dedicato alla Madonna), e la dicitura “Magnum Mediolani Hospitale” (Grande ospedale di Milano). Questo è l'emblema che ha accompagnato l'ospedale sino alla fine degli anni '70, quando cioè il Niguarda era insieme all'Ospedale Maggiore, all'Ospedale di Sesto San Giovanni e al San Carlo Borromeo un'unica realtà assistenziale.  Con l'autonomia acquisita nel 1978 nacque l'esigenza di creare un nuovo simbolo che fosse identificativo in modo univoco dell'Ospedale Niguarda. Nel 1981 viene scelto un marchio che unisce i due simboli caratteristici dell'architettura dell'ospedale, ossia la torre e l'arco, visibili in tutti gli edifici dell'Azienda.  Negli anni novanta il marchio subisce nuove modifiche. Si abbandona il colore blu distintivo dell'Ospedale Maggiore di Milano e viene aggiunta una seconda torre a rappresentare un fortino. Il simbolo della roccaforte è assimilato ad un H, l'indicatore segnaletico di ospedale. Nella H si può individuare la volta ad H che richiama la configurazione dell'arcata d'ingresso e simboleggia l'accoglienza. Il marchio dell'ospedale è associato a quello di "Sistema Sanitario Regione Lombardia". Quindi, per concludere un Ospedale che, nel tempo, ha fatto, fa e farà ancora la storia della medicina.



 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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