ALGHERO Ospedale marino Regina Margherita - Ospedali d'Italia

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ALGHERO Ospedale marino Regina Margherita

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Per questa scheda dobbiamo ringraziare il Gruppo di Studio e ricerca dell'Associazione Tholos di Alghero, nata ad Alghero nel 1994 con l’intento principale di attivare la creazione di un Museo in città -https://www.storiedialghero.it/associazione-tholos/ -  con cui abbiamo avuto una fitta corrispondenza.  Appena ha saputo del nostro progetto si è resa disponibile per la condivisione delle informazioni. Ci teniamo a sottolineare che, dopo 7 anni di ricerca, ha  pubblicato il testo " Gli Ospedali di Alghero dal XVI al XX secolo"  edito nel 2019 . Sul sito storiedialghero.it è possibile vedere il filmato della presentazione.

Fino ad ora le donazioni all'ospedale erano consistite nell'assegnare gli interessi di un capitale. Ma nel 1899 arriverà una donazione finalizzata alla costruzione di un Ospizio Marino. L'Ospizio Marino era una struttura di concezione nuova che intendeva offrire un alloggio e cure adeguate nel periodo estivo ai bambini scrofolosi in quanto il sole e l'aria di mare erano ritenuti efficaci per sconfiggere il male che interessava soprattutto i minori.
La donazione di £ 30.000 arriva dal Conte Giuseppe Alberto Larco che intendeva omaggiare i sovrani Umberto e Margherita in visita nell'Isola. Il conte volle che la struttura portasse il nome della regina. Larco non era nuovo alla beneficenza in quanto nel corso della sua vita aveva promosso numerose opere in favore delle classi meno agiate e vi aveva sempre partecipato molto generosamente.
Nato ad Alghero, si era trasferito in Perù a vent'anni insieme ai suoi quattro fratelli. Nel paese sudamericano i Larco avevano operato in vari settori ed erano riusciti ad accumulare grossi capitali.
Giuseppe Alberto era vissuto anche a Parigi, dove aveva avviato attività commerciali e, nel 1899, era tornato ad Alghero dove aveva cessato di vivere nel dicembre 1900, a settant'anni.
Si nota subito che il filantropo sa come agire e invece di dare il solo frutto del capitale, elargisce tutto il denaro alla Prefettura di Sassari perché venga costruito un Ospizio Marino. Aggiunge che ci saranno altri soldi se quelli già dati non saranno sufficienti.
Per conoscere le fasi iniziali dell'Ospizio Marino, dalla nascita dell'idea all'iter necessario per realizzare l'edificio, riportiamo quasi per intero quanto scrive il prof. Giuseppe Mastandrea nel suo lavoro "L'Ospedale Marino Regina Margherita" del 1956.
Il giorno 8 aprile 1899 il conte Larco indirizzava al Prefetto di Sassari una lettera nella quale manifestava il desiderio che nella sua città sorgesse un istituto assistenziale di ricovero. Allo scopo inviava un assegno di £ 30.000 per la costituzione di un fondo destinato a tale opera.
Larco inviò in seguito una lettera al Sotto Prefetto di Alghero in data 19 dicembre 1899 dove precisava che il fondo costituito dalla sua iniziativa doveva vantaggiosamente destinarsi alla costruzione di un Ospizio Marino per la cura dei bambini scrofolosi. Egli era convinto che tale istituto potesse essere un'opera pia di interesse regionale o, quanto meno, provinciale. Curando gli scrofolosi si portava beneficio a tutta la società con la soppressione di tanti focolai d'infezione e si sarebbero preparate generazioni più e meglio rispondenti ai bisogni della Società cui appartenevano.
Da documenti della stessa epoca e scritti dallo stesso Conte Larco si rileva come egli fosse soprattutto preoccupato dello stato di abbandono in cui si trovavano i bambini scrofolosi poveri di Alghero rispetto a quelli di altri paesi della Provincia. Infatti, il locale Ospedale Civile ricoverava,durante l'estate, circa una novantina di bambini scrofolosi della Provincia, ma erano esclusi da tale utile provvidenza, quelli di Alghero, tanto è vero che il Conte Larco si chiedeva perché mai «gli scrofolosi poveri di Alghero fossero esclusi dalla carità che la Provincia ripartisce fra gli altri dei Comuni tutti che la compongono, quasi che Alghero, il centro più popolato dopo il Capoluogo, non concorra al pagamento dei tributi provinciali».
La somma, intanto, veniva affidata alla Congregazione di Carità di Alghero. Purtroppo la sua morte avvenuta il 14 dicembre 1900 gli impedì di seguire l'iter della realizzazione dell'opera.
Il 5 settembre 1901 la Congregazione di Carità di Alghero si riuniva con la Presidenza del Sig. Battista Sartore, commemorava il Conte Larco, redigeva e approvava lo statuto dell'Opera Pia Ospizio Marino "Regina Margherita".
L'11 novembre 1901 lo Statuto veniva approvato dal Consiglio Comunale. Il 7 luglio 1902 il Consiglio Comunale, sollecitato dal Prefetto della Provincia, esprimeva parere favorevole affinché la nuova Opera Pia venisse eretta in Ente Morale e si chiedeva il relativo decreto reale di fondazione e di riconoscimento. Il 31 luglio 1902 la richiesta veniva approvata dalla giunta Provinciale Amministrativa di Sassari e il 9 settembre 1903 dal Consiglio Provinciale di Sassari.
Nel frattempo, il 20 settembre 1902 la Congregazione di Carità di Alghero aveva acquistato la Chiesa di Santa Croce che sorgeva accanto all'Ospedale Civile per trasformarla in locali di ricovero per gli scrofolosi di Alghero e di quelli che da parte della Provincia venivano qui inviati nell'estate.
Il 26 novembre 1904 la somma iniziale lasciata dal Conte Larco, con la maturazione degli interessi e dopo l'acquisto della chiesa di Santa Croce, costata £ 1766, era giunta a circa £ 36.000.
Le pratiche per l'erezione ad Ente Morale della nuova Opera Pia si erano però bloccate a causa del Ministero dell'Interno. Infatti il Ministero non vedeva nel piano finanziario dell'opera un fondamento di garanzia all'esplicazione di un'attività autosufficiente.
Il 9 maggio 1905 il Consiglio Provinciale di Sassari, in seduta straordinaria, decise di stanziare nei bilanci provinciali la somma di £ 6.000 annue a favore dell'erigendo Ospizio Marino sotto forma di concorso a carattere continuativo, impegnando però l'Ospizio a ricoverare gratuitamente i bambini poveri scrofolosi della Provincia nel numero e per le giornate di degenza corrispondenti alla somma stanziata. Lo stanziamento venne incluso nel bilancio provinciale a cominciare dal 1906 .
Nel 1906 si inviarono relazioni e si approvarono deliberazioni al fine di sollecitare il decreto reale di riconoscimento ed approvazione.
Il 17 dicembre 1908 a Racconigi, Vittorio Emanuele III firmò il decreto, controfirmato da Giolitti, che disponeva:
"Art. 1 - L'Ospizio Marino di Alghero è costituito in Ente Morale".
"Art. 2 - E' approvato lo statuto Organico in data 22 luglio 1907 composto di 15 articoli ...".
Termina qui la laboriosa fase preliminare durata 9 anni che aveva impegnato tutte le Autorità cittadine e provinciali al fine di ottenere il riconoscimento e l'approvazione dell'opera. Ora si trattava di passare ai fatti, e si iniziò così la fase dell'edificazione.
Nel luglio 1909 si acquistarono alcune casette esistenti nella Piazzetta di Santa Croce che, con il precedente acquisto della chiesa, consentirono un organico programma di costruzione.
Il 20 settembre 1909 veniva approvato il progetto del nuovo edificio.
Il 3 maggio 1903 veniva assegnato l'appalto dei lavori.
Il 22 agosto 1912 da Gressoney la Regina Madre inviava al presidente dell'Opera Pia il permesso affinché questa potesse intitolarsi a suo nome. In tal modo si realizzava in pieno la volontà del Conte Larco.
Nell'Agosto 1913 si effettuava il collaudo dei locali.
Nell'estate del 1914 l'edificio era completamente funzionante e l'Ospizio Marino "Regina Margherita" accoglieva oltre cento bambini scrofolosi, bisognosi delle cure mediche, alimentari, e del mare e dell'aria di Alghero.
La vicina spiaggia utilizzata come solarium era limitata e sassosa quindi non sufficiente né adeguata per le cure di tanti piccoli pazienti. Allora si pensò di utilizzare un litorale sabbioso che si trovava però lontano dall'Ospizio Marino.

Il problema della distanza fu risolto con l'uso di barche per il trasporto dei bambini che ogni mattina raggiungevano così la spiaggia di San Giovanni e ogni sera tornavano in città per pernottare. Si scelse quella spiaggia perché si poteva usufruire dell'acqua potabile e perché sorgeva nella zona un piccolo caseggiato adattabile per uso di cucina. Inoltre si risparmiava sul trasporto dei ricoverati, trovandosi a una distanza non eccessiva dall'Ospizio.
Sulla sabbia si allestirono delle tende usate come spogliatoi e per il riposo serale, si mise una tettoia di assi di legno ricoperta con canniccio per uso refettorio e altre due per poter riparare i bambini nelle ore più calde. Man mano che sorgevano altre esigenze per rendere più comodo il soggiorno si risolvevano con la costruzione di tettoie. Col tempo però si evidenziarono degli inconvenienti.
La vicinanza di una strada di accesso al punto più frequentato della spiaggia comportava un continuo via vai di veicoli di ogni genere che rendeva l'ambiente polveroso e poco adatto per una colonia a scopo profilattico e curativo. Inoltre il litorale era molto frequentato e si determinava il continuo contatto tra persone ricoverate e persone estranee alla colonia, fossero parenti o curiosi.
Allora si decise di spostare i degenti in una zona meno frequentata, la spiaggia di Cuguttu, a 2 km circa da quella di San Giovanni, addossata presso dune di sabbia in parte ricoperte da arbusti di ginepro, in parte prive di qualunque vegetazione. La località era tranquilla per l'assenza di strade di transito, e lontana dall'intenso movimento cittadino della stagione causato dai numerosi forestieri che vi passavano l'estate; i bambini vi trascorrevano tranquilli ed indisturbati tutta la giornata.
Un apposito acquedotto portava l'acqua potabile dalla città. Si costruirono servizi igienici con sifone e scarico in capaci fosse immerse per circa un metro nella falda sottostante, in modo da avere un'ampia superficie disperdente. Si costruì una cucina in muratura, il magazzino deposito viveri, il locale di medicazione con la direzione. Oltre a questi locali si impiantarono quattro cameroni con pareti di legno e il pavimento in pianelle per il ricovero di quei bambini che per le loro lesioni avrebbero sopportato con disagio il quotidiano trasporto dall'Ospizio a Cuguttu. Nei cameroni vi era la possibilità di alloggiare circa 50 bambini che vi restavano per tutta la stagione.
Annualmente si allestivano altri baraccamenti e tettoie smontabili per uso di refettori e per il soggiorno diurno dei ricoverati. Ogni reparto aveva le sue tettoie in modo che non vi fosse alcuna comunità fra maschi e femmine, fra soggetti con lesioni in atto e pazienti inviati all'Ospizio per scopo profilattico e di irrobustimento. I baraccamenti venivano realizzati con un'intelaiatura di legno che sosteneva un rivestimento di canniccio ed erbe palustri, in modo da rendere gli ambienti sufficientemente freschi.
Nelle vicinanze della Colonia Marina estiva si trovavano altre colonie come quella delle Piccole e Giovani Italiane, della Mutualità Scolastica, del fascio Femminile, dei tracomatosi. Queste colonie sostenute da enti diversi, sorgevano per qualche mese estivo e facevano capo all'Ospizio.
Tutti i bambini venivano poi trasportati di sera con vari mezzi per poter pernottare nell'Ospizio; nell'estate 1921 si volle sperimentare il pernottamento in spiaggia per verificare se nella località potesse sorgere una colonia stabile lasciando a Cuguttu quei ricoverati il cui trasporto fosse più malagevole. Il tentativo fatto con sessanta bambini diede ottimi risultati, né si ebbe a lamentare alcun caso di malaria primitiva, pericolo da alcuni tanto paventato a causa della vicina laguna del Calich.
Nel 1927 a Cuguttu, che in seguito ha preso il nome di "Maria Pia" ( dopo la nascita della principessa Maria Pia di Savoia avvenuta nel 1934), sorgono l'infermeria e alcuni dormitori per consentire agli ammalati di pernottare nella colonia. La struttura era nata per "offrire cure elioterapiche e chirurgiche, nonché tutti gli altri presidi profilattici (secondo le più moderne esigenze della scienza assistenziale".
Le cure erano offerte "ai poveri inviati dal Comuni, dalla provincia, dal Consorzio Antitubercolare, dall'Opera Nazionale per la Protezione della Maternità ed Infanzia e da altri enti benefici mediante retta di favore; al medio ceto mediante rette da deliberarsi annualmente dalla Presidenza e compilate in base al costo reale della vita".
Gli ammalati solventi in proprio erano ammessi "sempreché si adattino al trattamento ospedaliero senza rimostranze ed esigenze di sorta".
Il presidente aveva diverse competenze, tra cui:
1. confermava la nomina del Direttore tre mesi prima della scadenza del biennio di prova;
2. stabiliva di volta in volta modalità di assunzione e requisiti per i posti di Capo servizio e del personale di servizio nominava direttamente per chiamata gli impiegati tranne il Direttore che era l'unico a dover svolgere un concorso pubblico per titoli ed esami; tra i titoli per la nomina era indispensabile l'abilitazione all'esercizio della medicina e chirurgia.
Stabiliva le diarie per i solventi in proprio.
Il Direttore presiedeva al funzionamento dell'Istituto, ne rispondeva alla Presidenza ed era coadiuvato da un Segretario. Il Direttore provvedeva all'assunzione ed al licenziamento del personale di servizio, previo accordo con la Presidenza, seguendone in materia le direttive. Poteva affiancare alla sua attività nell'Ospizio anche l'esercizio professionale ma non poteva accettare incarichi fissi ed impieghi presso Enti pubblici e privati.
Il Direttore veniva nominato per concorso pubblico per titoli ed esami. Fra i i titoli per la nomina doveva esservi quello dell'abilitazione all'esercizio della medicina e della chirurgia. Il Direttore veniva assunto in prova per due anni. Scaduto il biennio poteva essere licenziato o confermato.
La nomina degli altri impiegati poteva essere fatta direttamente dal Presidente per chiamata mentre il personale di servizio era assunto dalla Direzione.
Le suore e il personale di servizio avevano, oltre l'assegno, diritto al vitto e all'alloggio gratuito nello Stabilimento. Il Presidente poteva aumentare il personale sanitario, di assistenza e di servizio durante la stagione estiva e a seconda del bisogno dell'Istituto. Il medico aggiunto, assunto durante la stagione estiva, avrebbe avuto anche l'obbligo dell'assistenza e supplenza del Direttore, durante il resto dell'anno, e gli sarebbe stato corrisposto l'assegno annuo di £ 3.000.
Tuttavia nel 1927 il disavanzo dell'Istituto fu di £ 81.668,81. Si intraprese il grave compito di risanare le esauste finanze dell'Opera Pia. Nel 1928, grazie anche a consistenti sussidi ottenuti, il disavanzo fu di £ 3.276,14.
La seguente tabella indica gli stipendi spettanti al personale.
Direttore sanitario Stipendio annuo …...... £ 10.000
Segretario Economo Stipendio annuo …...... £ 3.500
Suore Stipendio annuo …...... £ 500
Personale di servizio Stipendio mensile …... £ 50
Maestra insegnante Stipendio mensile …... £ 250
Cappellano Stipendio annuo …...... £ 600
Tale risultato fu possibile grazie all'attività encomiabile del Commissario, il quale non solo attuò un'amministrazione rigorosamente limitata alle spese necessarie, ma soprattutto gestì la struttura in funzione dei compiti e dell'importanza sociale dell'Istituto. Fu infatti da lui provveduto ad un congruo aumento delle quote di soggiorno dei ricoverati. E ciò nella considerazione che se in un Istituto di ricovero generico può partirsi dal principio che meglio che lasciare un fanciullo nella strada e fra i tormenti della fame era da preferirsi alloggiarlo alla meglio ed assicurargli almeno una zuppa calda ed un buon pezzo di pane, detto principio non poteva essere applicato nel caso specifico dell'Ospizio Marino. L'Ospizio aveva un compito ben definito: quello di essere un mezzo potente di lotta per la battaglia intrapresa contro la tubercolosi. Per espletare il suo compito ha le sue esigenze tecniche dalle quali non può prescindere senza venir meno al suo compito stesso, quindi la deduzione logica era la seguente: o gli enti interessati alla lotta fornivano i mezzi efficaci per curare gli assistiti o non potendolo fare era meglio essere sinceri con se stessi e sopprimere per impossibilità di sostentamento un Istituto che non poteva, per ristrettezze finanziarie, assolvere il compito che gli era affidato.
E la logica del ragionamento si impose donde l'aumento non indifferente della quota di soggiorno e la possibilità di un congruo trattamento senza incorrere in ragguardevoli disavanzi passivi.
Nel 1929 il bilancio si chiuse con un avanzo di amministrazione di £ 73.282,78.
Fino al 1926 i degenti erano ammessi soltanto per la cura estiva. Nella struttura era alloggiato per tutto l'anno un gruppo di orfani di guerra per scopi assistenziali e solo pochi individui protraevano il loro soggiorno per le cure, più che nell'Ospizio, nell'attiguo Ospedale Civile.
Dal 1927 venne modificato il criterio di accettazione e soggiorno e si aprì l'Ospizio a tre gruppi di persone:
1. A tutti quei ragazzi che avessero contratto la tubercolosi e presentassero manifestazioni in atto cosiddette chirurgiche per contrastare la malattia con tutti i mezzi ritenuti idonei allo scopo. Per tali malati non vi era limitazione di tempo per il ricovero che si prolungava fino ad aver ottenuto il massimo rendimento compatibile all'organismo e alla lesione.
2. Ai ragazzi gracili o predisposti alla tubercolosi che avessero necessità di cure di irrobustimento. A questa categoria appartenevano la maggioranza dei bambini inviati nella stagione estiva allo scopo di soggiornare il maggior tempo possibile in spiaggia per praticare le cure talassoterapiche ed elioterapiche. Le squadre composte da tali bambini soggiornavano per 40 giorni, ma per singoli casi, a giudizio del medico, il soggiorno poteva essere prolungato.
3. Ragazzi che dovevano essere sottratti ad un ambiente infetto anche se non presentavano nella loro costituzione somatica la predisposizione a contrarre l'infezione tubercolare. Tale sezione era di recente formazione e fu iniziata a titolo di esperimento per allontanare i piccoli dalle famiglie nelle quali un componente era malato di tubercolosi con forme viscerali aperte. Si iniziò con tre bambini che avevano la madre affetta da una grave forma di tubercolosi polmonare. I ragazzi soggiornarono nell'ospedale finché le cause del contagio perdurarono nella loro casa e vi furono rinviati, cessate queste, in condizioni di salute floridissime.
Lo scopo del terzo reparto era sottrarre i bambini al contagio specialmente nelle famiglie dei piccoli centri dove le opere di provvidenza antitubercolare scarseggiavano e vi erano poco sviluppate, dove ancora la superstizione dominava. L'isolamento dei piccoli (sino a che la tubercolosi non avesse compiuto la sua opera micidiale sugli irreparabilmente colpiti), talvolta era l'unico mezzo di difesa o almeno il miglior mezzo.
La giornata dei ricoverati era organizzata in maniera dettagliata e si svolgeva il più possibile all'aperto. Il riposo durava almeno 12 ore, e l'attività giornaliera era divisa tra ginnastica, educazione fisica, istruzione civile e religiosa generica.
Inoltre il dottor Ballero sapeva bene che una delle cause principali delle loro patologie era la malnutrizione e per questo aveva predisposto un menù ricco di calorie, di vitamine e abbastanza variato.
Per i più piccoli era prevista una dieta oscillante dalle 1300 alle 1600 calorie, e per i più grandi si arrivava a 2400 calorie.
Il menù comprendeva giornalmente 500 gr. di pane e 200 gr. di latte. Ai bambini sotto i cinque anni il latte era somministrato oltre alla colazione del mattino, anche in un altro pasto della giornata sotto forma di pappe al latte.

L'OSPEDALE MARINO “REGINA MARGHERITA” SI TRASFERISCE A MARIA PIA

Con il passare degli anni si crede sempre più opportuno che i bambini possano usufruire di un caseggiato sulla spiaggia e nel marzo 1932 si avviano i lavori del primo lotto, comprendenti la parte dell’edificio di degenza; nel maggio 1934 iniziano i lavori riguardanti la rimanente parte. Dopo un lungo intervallo dovuto anche alla guerra, nel giugno 1947 si realizza la sopraelevazione del lato destro e nell’aprile 1948 quella del lato sinistro.
La vita dell’Istituto, nella nuova sede, inizia con crescente ed evidente vantaggio assistenziale.
Vengono praticate, secondo le più avvedute norme classiche dell’epoca, l'elioterapia, la talassoterapia, la ginnastica medica, le cure di nutrizione, le cure mediche ricostituenti. Vengono inoltre effettuati piccoli interventi chirurgici, immobilizzazioni in apparecchio gessato, prescrizioni di tutori, iniezioni con liquidi modificatori di fistole e di ascessi.
«Per una naturale evoluzione della esigenza organizzativa e terapeutica, verificatasi concordemente e quasi contemporaneamente in tutti gli Ospizi Marini d'Italia, anche qui l'attività si orientava e si precisava sempre meglio verso una caratteristica specialistica.
Ospedale Marino di Maria Pia prima che venisse spostato. Si nota che il mare lambisce le strutture.
Così, discussa e respinta l'opportunità di un indirizzo pediatrico, l'edificio veniva fornito di una sala operatoria ed attrezzatura per chirurgia ortopedica, di una sala gessi, di apparecchi di fisioterapia ed iniziava, contemporaneamente alla costruzione della sopraelevazione, lo sviluppo e lo svolgimento della sua più idonea attività di Istituto specialistico ortopedico.
Il vecchio e glorioso Marino sui Bastioni veniva chiuso. I suoi locali erano assegnati all'adiacente Ospedale Civile di cui costituirà il reparto chirurgia.
Nel 1974 l'Ospedale Marino viene spostato in quanto il Demanio Marittimo chiedeva che la spiaggia occupata dalla costruzione fosse riportata in pristino. Allora si demolì il vecchio ospedale che venne ricostruito su un terreno adiacente, ma più arretrato rispetto al mare.
Nel 1936 si sopprime la Congregazione di Carità sostituita ad Alghero dall'Amministrazione degli Istituti Riuniti di Assistenza e Beneficenza Pubblica che prende in carico i due ospedali Civile e Marino.
Nel periodo bellico 1940-45 nell'Ospedale Civile viene alloggiata una postazione militare italiana e tedesca e per questo motivo l'edificio è stato bersaglio di bombardamenti da parte degli aerei inglesi.
Durante la guerra il medico chirurgo militare prof. Andrea Padula è alloggiato nell'ospedale con gli altri militari e vi lavora a tempo pieno. Finita la guerra, questi si trasferisce a Sassari e viene nell'Ospedale di Alghero a scavalco, per eseguire interventi chirurgici quando c'è un'urgenza, una o due volte la settimana. In chirurgia vengono operati anche i casi di ginecologia e i tagli cesarei, non esistendo il reparto apposito. L'anestesia che precede le operazioni viene praticata dalla Madre Superiora che appoggiava una mascherina sul volto del paziente in corrispondenza della bocca e del naso e faceva gocciolare l'etere da una boccetta attraverso un imbuto munito di un tappo di sughero al quale, con uno spillo da balia, veniva praticato un forellino. Quando il paziente si risvegliava sentiva un forte senso di nausea, accompagnato da vomito.
Mancano molte specializzazioni e per casi particolari occorre rivolgersi alle strutture sassaresi.
A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta si provvede ad accogliere le partorienti che non sono in grado di pagare un'ostetrica a casa. Non vi è un reparto apposito e, chi è stato ricoverato in quel periodo, ricorda che non vi era neppure una netta distinzione tra sezione per uomini e per donne.
Probabilmente i degenti venivano sistemati a seconda della disponibilità dei letti senza particolari attenzioni. In assenza di un reparto Ginecologia Ostetricia, sopra gli uffici dell'Amministrazione si allestiscono una sala parto, due camerette e un bagno.
In quegli anni arriva ad Alghero il prof. Giuseppe Costa, un medico che ricordiamo perché si è impegnato validamente al fine di ampliare il potenziale della struttura in modo da avvicinarla maggiormente alle esigenze di una città che cresce di numero visto che Alghero negli anni del dopoguerra è divenuta un centro di immigrazione per tanti abitanti dei paesi del circondario.
Giuseppe Costa è docente di ginecologia all'Università, lavora al Policlinico sassarese e tiene l'ambulatorio di ginecologia presso la Cassa Mutua di Alghero. Visto che in città manca il reparto Ginecologia pensa di attivarsi per la sua istituzione.
In realtà l'Ospedale di Alghero mostra già da tempo la sua inadeguatezza. Occorre dunque fare il possibile per rendere i vecchi locali più idonei ad offrire l'assistenza ad una popolazione che si rivolge sempre più spesso alla struttura sanitaria. Ormai si abbandona l'uso del parto in casa poiché si percepisce che l'ospedale è un luogo più sicuro ed attrezzato per far fronte alle complicazioni sempre possibili in un evento naturale come una nascita, ma non esente da rischi.
Il prof. Costa istituisce il reparto di Ginecologia nel 1956 in un'ala dell'ospedale che viene adattata per il nuovo utilizzo. Si allestiscono la sala parto, la nursery, la sala di medicazione, due cameroni per Ostetricia e Ginecologia e due servizi. Il reparto viene intitolato a San Raffaele.
I cameroni vengono divisi e in ogni camera trovano posto otto/dieci letti. Vi sono anche tre camerette per le degenti paganti.
È stato difficile far accettare alle donne l'idea di partorire in ospedale. In generale si può dire che l'atteggiamento di sfiducia verso la struttura sanitaria andava modificandosi molto lentamente e il ricovero era ritenuto ancora poco decoroso soprattutto in casi ritenuti meno urgenti. Forse tale mentalità era retaggio del fatto che in origine gli ospedali davano ricovero ai poveri che non potevano curarsi a casa a pagamento ed erano visti più come organizzazioni assistenziali dove gli indigenti trovavano un tetto, che come strutture in grado di offrire adeguate terapie.
In effetti il precedente Ospedale seicentesco di Via Cavour gestito dai Fatebenefratelli aveva tale negativa connotazione e il vecchio Ospedale di Piazza del Molo manteneva ancora un reparto di assistenza agli anziani a carico del comune, i Cronici, che inizialmente era collocato al piano superiore e in un secondo momento era stato trasferito al piano terra.

 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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