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CATANIA Ospedale San Marco oggi Vittorio Emanuele

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La scheda deriva integralmente dal testo  “Ospedalità antica in Sicilia” del Prof. Mario Alberghina dell’Università di Catania che ben vent’anni fa ha svolto una ricerca su tutti gli Ospedali siciliani. Da noi contattato non ha esitato, oltre a farci dono del testo, a darci la completa disponibilità ad attingere al volume riportandone fedelmente i contenuti.
Vogliamo aggiungere che, fino ad ora, a parte la nostra iniziativa di raccogliere la storia degli ospedali italiani, il volume del Prof. Alberghina è unico nel suo genere.


Il maggiore riconoscimento dell’attività effettuata giunge dal papa Eugenio IV che, nel 1445, dispone con una sua bolla la chiusura di tutti gli ospedali nella zona di Catania e di Aci e, contemporaneamente, la loro confluenza nello Spedale di S. Marco, che vede così accrescere la sua grandezza e influenza. In virtù dei privilegi ottenuti l’ospedale fornisce alla cittadinanza anche alcuni servizi accessori come la macellazione delle carni bovine o la pesatura di merci e nei suoi locali si trova una farmacia aperta al pubblico. La solidità finanziaria dell’istituzione raggiunge livelli ragguardevoli e, nel 1620, la rendita annuale dell’ospedale è superiore di circa 40 volte alle entrate che verranno registrate nel 1937.
E’ il 1636, l’edificio sede dell’Ospedale San Marco è finalmente ampliato e rimodernato, con 25 posti letto, molte botteghe, magazzini, panetteria e macelleria o chianca, grazie ad un legato dei coniugi Rizzari e Tabbuso del 1609, comprendente otto botteghe, un “tenimento” di case e magazzini in contrada del porto, un altro “tenimento” di case, due tenute gabellate, censi bollali per circa 60 onze e censi enfiteutici per circa 50 onze. Nella spezziaria sotto detto hospidale si pagano le medicine e i medicamenti di conforme alla tassa del Protomedico diminuita della terza parte. L’ammalati sono governati per due medici, cioè il Protomedico e per un chirurgo, li quali come lettori dell’almo studio della città hanno carico di aiutare detti ammalati gratis e senza pagare. Suole tenere esso hospidale il numero di quattro incurabili”. Nel rivelo del 1651, presentato dai rettori al vescovo Marco Antonio Gussio appena nominato (poiché l’Ospedale era stato fondato dalle elargizioni dei fedeli per i poveri il vescovo aveva il diritto di visita dell’Ospedale secondo il Diritto canonico vigente e le costituzioni del Concilio di Trento, canoni VIII e IX, allo scopo di vegliare sul culto divino, la salvezza delle anime e sulla possibile negligenza degli amministratori quantunque laici), vengono dichiarati redditi provenienti da 15 botteghe nel palazzo ospedaliero e nei dintorni, di tre case nella piazza della Fiera e nei dintorni, di una casa alla Porta di mezzo e della gabella della bilancia della Fiera.
Nel 1684 l’Ospedale San Marco si trasferisce nell’ex monastero femminile di Santa Lucia. Così l’Ospedale cedette (fuga dall’insalubrità urbana) o fu costretto a cedere (cacciato per pubblica calamità dal coacervo di interessi aristocratico-clericali) l’edificio che prima occupava all’Università retta dal Vescovo-Cancelliere (Atti notaro Francesco Pappalardo del 1684. Dalla cassa delle Tre Chiavi dell’Almo Studio furono spese 600 onze per “la fabrica del novo ospidale nello loco del monastero vecchio di S. Lucia, e della casa dell’Almo Studio medesimo”; Atti notaro Agatino Russo del giugno 1684). Quest’ultima vi esercitò vantaggiosamente il suo magistero fino al grande terremoto, dietro pagamento allo stesso Ospedale di un censo enfiteutico di 97.88 ducati (nel 1825 il censo enfiteutico registrato nello Stato Discusso era del valore di 88,9 ducati), mantenendovi alcune botteghe di proprietà, tra le quali una chianca. L’Ospedale nel sito di Santa Lucia fu distrutto dal terremoto del 1693.
Dopo l’evento sismico, che provoca oltre diecimila morti nella sola Catania,  l’Ospedale San Marco ritornò molto vicino al luogo che occupava due decenni prima, trasferendosi provvisoriamente in locali presso il sito dove sorgerà, nel primo Settecento, il nuovo monastero benedettino di San Giuliano riattivandosi subito lasciando e rivendendo negli anni successivi i casaleni distrutti a Santa Lucia che confinavano a nord con il monastero di S. Nicolò l’Arena. Poco tempo dopo, nel 1709, l’Ospedale migrò in locali presso il vecchio e ricco monastero di San Giuliano della Civita , delle monache benedettine, rinomato per la sfarzosità della sua chiesa e quasi interamente distrutto dal sisma. Sul terreno ceduto dall’Ospedale fu subito avviata la costruzione del nuovo monastero benedettino di San Giuliano e della chiesa. La badessa e la maggior parte delle monache (60 su 74) erano morte sotto le rovine del terremoto.
Tra il 1720-7 ci fu il trasferimento nel palazzo fatto costruire dal conte-medico Tezzano (inizio lavori 1709), su progetto di Alonzo di Benedetto. Nel 1727, i rettori dell’Ospedale chiedevano al vescovo il permesso di alienare il vecchio, pericolante e scomodo fabbricato della Civita, dove ancora erano ricoverati ammalati e bastardelli, per ricavare il denaro sufficiente per completare “lo spetale novo” e per il trasferimento di questi ultimi. La fabbrica ed il terreno furono comprati dal duca di Tremestieri, Francesco Rizzari, e dal barone Giuseppe Valle, pro persona nominanda, per 600 onze.
Il nuovo edificio “in quo neque elegantiam, neque amplitudinem desideres”, considerato innovativo per l’epoca e capace di 200 posti letto, apre i suoi battenti agli infermi catanesi nel 1724.
Con il passare del tempo anche questa sede diviene obsoleta. L’ospedale attraversa un periodo di crisi e vede ridurre il numero dei degenti anche se è necessario ricordare che in parte il fenomeno può essere stato dovuto all’attivazione di un programma innovativo per l’assistenza domiciliare agli ammalati bisognosi. Per fornire all’utenza locali più adeguati, dopo approfonditi studi di fattibilità e progettazione condotti in tempi eccezionalmente rapidi, nel 1880 viene inaugurato il nucleo dell’attuale sede.
Nell’agosto 1819 il primo Ufficio di Intendenza, diretto dal duca di Sammartino, affittò dall’Ospedale San Marco il soprastante piano dei mezzanini e due stanze al pianterreno pagando 750 ducati annui (250 onze). Nei mezzanini, cioè due stanze con focolari e cucina indipendente, avevano fino ad allora abitato il medico maggiore Petrosino e il chirurgo Calcedonio Reina. L’amministrazione dell’Ospedale, comprendente un Direttore generale  ed un Economo, dipendeva allora dal Consiglio Generale degli Ospizi della Provincia di Catania.
 Dal 1839  in poi svariati furono i progetti per ridisegnare l’ospedalità cittadina. Un primo progetto, affidato al professor Mario Musumeci, riguardò la fusione dell’Ospedale San Marco nel Santa Marta.
Con l’avvento dell’Unità d’Italia e dei nuovi governanti il progetto fu definitivamente accantonato.
Tra il 1876-78 inizia il trasferimento del San Marco alla chiusa del Tindaro, antica proprietà del Monastero dei PP. Benedettini di San Nicola. Il nome fu cambiato in “Ospedale Vittorio Emanuele II”. I lavori di costruzione iniziarono nel giugno 1878

L'Azienda Ospedaliero - Universitaria "Policlinico - Vittorio Emanuele" è un ente sanitario pubblico con sede a Catania che raggruppa i presidi ospedalieri "Vittorio Emanuele", "Ferrarotto Alessi", "Gaspare Rodolico", "Santa Marta", "Santo Bambino".

Con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale i Presidi Ospedalieri Vittorio Emanuele, Ferrarotto, S. Bambino e S. Marta sono stati accorpati alla USL 35 di Catania, poi individuata come Azienda Ospedaliera con legge regionale n.34/95 ai sensi del D.L.vo 517/93.

Oggi Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico G. Rodolico-San Marco



 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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