ALGHERO Ospedale FBF San Giovanni di Dio - Ospedali d'Italia

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ALGHERO Ospedale FBF San Giovanni di Dio

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Per questa scheda dobbiamo ringraziare il Gruppo di Studio e ricerca dell'Associazione Tholos di Alghero, nata ad Alghero nel 1994 con l’intento principale di attivare la creazione di un Museo in città -https://www.storiedialghero.it/associazione-tholos/ -  con cui abbiamo avuto una fitta corrispondenza.  Appena ha saputo del nostro progetto si è resa disponibile per la condivisione delle informazioni. Ci teniamo a sottolineare che, dopo 7 anni di ricerca, ha  pubblicato il testo " Gli Ospedali di Alghero dal XVI al XX secolo"  edito nel 2019 . Sul sito storiedialghero.it è possibile vedere il filmato della presentazione

Nel 1640 l'ospedale fu affidato ai religiosi dell'ordine di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) con l’incarico di sostenere oltre gli ammalati, quasi sempre cronici e derelitti, gli illegittimi e gli infermi mentali. In seguito l'Ospedale verrà indicato con l'intitolazione di “San Giovanni di Dio”.
Per conoscere la situazione dell'ospedale di Alghero abbiamo consultato il libro "I Fatebenefratelli in Sardegna" del Padre Gabriele Russotto O.H. edito nel 1956.
Da lui apprendiamo che nel 1640 il Consiglio Civico e il Vescovo di Alghero chiamarono i Fatebenefratelli in città per affidar loro un ospedale già esistente.
Il 31 marzo 1640 il Consiglio generale di Alghero, aveva deliberato di concedere l'ospedale ai Fatebenefratelli. In seguito si stilò una convenzione formata da 19 articoli che porta la data del 15 giugno 1640. Nel primo articolo si dice che il Consiglio generale di Alghero, col consenso del vescovo di Alghero Antonio Nusco, e di tutti gli Ordini religiosi presenti in città concedeva ai Fatebenefratelli «il governo perpetuo di detto ospedale, senza alcuna soggezione, dominio o sovrintendenza che possa essere in pregiudizio della detta Religione, promettendo che all'arrivo dei Religiosi che saranno inviati per detto governo, saranno loro consegnati per inventario tutti i mobili, suppellettili, paramenti, vasi sacri e tutte le altre cose spettanti all'uso e al servizio dell'ospedale, come si troveranno allora, senza nessuna eccezione, né detenzione di alcuna di esse».
Il Priore dell'ospedale di Sassari, fr. Giusto Santa Maria si occupò dei lavori di restauro ed ampliamento della nuova fondazione e, compiuto il triennio del priorato sassarese (1639-1642), scelse a sua residenza l'ospedale di Alghero rimanendovi fino al 1644.
Fr. Giusto racconta che incontrò in Alghero molte difficoltà le quali, unite a quelle di altri ospedali, erano tanto gravi da fargli affermare d'esser «consumato dai disgusti, tenuto in continua ansietà dalle preoccupazioni, di perder l'appetito e di sentirsi riacutizzare i malanni che soffriva da molti anni».
Il numero dei Fratelli addetti all'ospedale si mantenne sempre piuttosto basso. Furono sei dal 1685 al 1796, e scesero a tre dal 1804 in poi. I posti letto non superarono mai i diciotto e nel 1843 erano soltanto otto.
Quando i Savoia ebbero in possesso la Sardegna sostituendo gli Spagnoli, presero atto delle condizioni dell'Isola e si resero conto della situazione molto precaria degli ospedali. Decisero allora di togliere l'amministrazione della struttura ai Fatebenefratelli e nel 1768 istituirono una Congregazione di Carità per ciascun ospedale sardo lasciando ai frati la gestione dell'aspetto sanitario.
In realtà le cose non migliorarono e non ci meravigliamo, dato che le risorse a disposizione della sanità erano in gran parte frutto di beneficenza e nell'Isola i mezzi di cui disponeva la popolazione erano sempre molto scarsi e insufficienti.
Nel 1847 la prima carica dell'Ordine dei Fatebenefratelli era affidata ad un sardo, p. Pietro Paolo Deidda che, vista l'incresciosa situazione dei confratelli nell'Isola, intervenne inviando p. Benedetto Nappi, allora Priore dell'Ospedale di Porta Nuova a Milano e valente medico-chirurgo, per trattare direttamente col Re e col Governo della Sardegna.
La relazione ufficiale di p. Nappi porta la data del 10 giugno 1851.
L'impressione sulla Famiglia dei Religiosi di Cagliari ed Oristano fu favorevole, «perché la loro condotta non può essere migliore, come non si potrebbe desiderare una maggiore attività nelle loro diuturne prestazioni a bene degli Ammalati».
Le chiese di Cagliari e Oristano sono «ben tenute e molto bene funzionate e principalmente in quella di Cagliari vi concorre alla sera gran quantità di popolo [...] Nella chiesa di Oristano regna una singolare pulizia sebbene miserabilissima».
Il giudizio sull'Ospedale di Cagliari fu invece nettamente negativo perché Nappi trovò «mancanza di pulizia e di igiene, disordine e abbandono dappertutto. […] Tutto questo non dipende dai Religiosi ma bensì dagli inservienti ai quali nessuno può comandare».
Nell'Ospedale di Oristano c'erano due Religiosi: «p. Clemente Carta e p. Diego Mammilli. Il primo sembra l'ombra di Anchise, l'altro un Seneca svenato. Ammalati ambedue e costretti a una vita isolata, circondati da tutte le privazioni, fanno veramente compassione».
Prega perché «il più presto possibile venghi spedito altro Religioso giovane per soccorrere gli altri due. [...] Questo individuo non farà bisogno che sia fornito di tanti numeri ma basterà soltanto che sia buono, sano, e che faccia ciecamente quanto il p. Carta gli ordinerà. Lo Spedale è da pareggiarsi ad un solaio, e spira ovunque una tale miseria da cavare le lagrime al cuore più indurito. Il Convento è magnifico e suscettibile di molte riparazioni, e le abitazioni sono tenute con buon ordine e decenza.
Piace vedere in mezzo a tanta povertà come tutto sia in piena regola e pulito». Il p. Nappi non poté visitare l'Ospedale di Alghero poiché il Priore p. Agostino Perra gli scrisse che la Commissione non lo avrebbe riconosciuto né accolto come tale. P. Nappi si fermò allora a San Gavino presso Porto Torres, dove fece venire il Priore per conoscere da lui la situazione. Concluse che sarebbe stato meglio abbandonare l'Ospedale di Alghero per concentrarsi meglio sul recupero delle strutture di Cagliari e Oristano. Protestò con la Commissione alla quale scrisse tra l'altro: «... ho attinto abbastanza informazioni per poter assicurare il Ministero delle vessazioni che si fanno provare ai due Religiosi che ancora rimangono al servizio di quello Spedale, e che secondo il Pregone del defunto Re Carlo Alberto hanno il diritto di rimanervi vita natural durante e trattati con decoro e distinzione».
Quindi il frate scrisse al re Vittorio Emanuele dicendo che negli ospedali in mancanza di religiosi il servizio era stato affidato a infermieri secolari che "prestano l'opera loro per pure mire venali" e lo pregava di riaprire il Noviziato in Sardegna. La sua lettera non ricevette né approvazione né rifiuto. In realtà il Re stava già pensando di abolire quasi totalmente gli oltre trecento Stabilimenti o Case religiose esistenti in Sardegna e quindi non intendeva permettere un Noviziato. Questa decisione decretò la fine dell'ordine dei Fatebenefratelli in Sardegna. Il 7 luglio 1866 si attuò la temuta soppressione delle Corporazioni religiose e i Fatebenefratelli torneranno in Sardegna solo l'11 febbraio 1956, chiamati nella direzione e gestione dell'Ospedale di Olbia “San Giovanni di Dio” e vi resteranno fino al 1969 quando la struttura passerà ad un ente regionale.


 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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