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CREMA Ospedale Maggiore

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Il 12 giugno 1351 nella bottega di tessuti di Giacomo Osio, sita nei pressi dell'odierna piazza Duomo, si riunivano quattordici cittadini.
Alla riunione erano presenti i notai Giovanni Da Vairano e Gioacchino Civerchi.
Nell'atto risultante i convenuti dichiaravano di aver acquistato i sedimi di case in Borgo Pianengo di proprietà di Pusino De Brexhana e del figlio Bartolino.
L'obbiettivo era l'istituzione di un ospizio per infermi poveri denominato Domus Dei. Per quanto il nome richiami la religiosità dei convenuti, l'istituzione era del tutto laica e privata: infatti, nelle norme statutarie ne era vietata l'ingerenza delle autorità religiose, così come il trapasso agli eredi dei fondatori. Le persone destinatarie del beneficio venivano divise in tre categorie: infermi, incurabili e i pazzi.
In anno imprecisato, verso la prima metà XV secolo, Savia Milanesi (Savia de Melanisis) donava all'ospedale un'abitazione sita presso Porta Ripalta, ritenuta più ampia e adatta agli scopi, da cui il trasferimento in tale luogo. Edificio che venne ampliato nel Cinquecento.
Forse per motivi economici si rinunciò in parte alla primitiva laicità nel corso del XVI secolo: lo dimostrano gli atti di due visite pastorali, delle quali la prima (per opera del vescovo Castelli) fu particolarmente critica nei confronti della gestione: il prelato vi ravvisava, in particolare, spazi inadeguati, carenze igieniche e usi impropri. Carenze non così gravi da parte del vescovo Regazzoni avvenuta solo quattro anni dopo.
Durante tutto il periodo della dominazione veneta l'ospedale era retto da quattordici nobili cittadini, dei quali dodici con il nome di deputati e due di sindaci.
Il patrimonio dell'ospedale crebbe nel corso del XVIII secolo, grazie ai lasciti di facoltose famiglie quali i Clavelli, i Guidoni, i Martinengo Sant'Angelo, i Benzoni e altri.
Nel 1717 venne affiancato l'Ospedale degli Incurabili (21 i ricoverati alla metà dell'Ottocento, 14 uomini e 7 donne), in quegli anni seguiti dai frati dell'ordine dei cappuccini.
Durante la Repubblica Cisalpina un nuovo "direttorio" ebbe il compito di rendere di nuovo laica l'istituzione e tutti gli enti seguiti. Inoltre, tutte le istituzioni assistenziali e di beneficenza, fino ad allora autonomi, furono aggregati in una Congregazione di Carità che includeva oltre l'Ospedale degli Infermi anche l’Ospedale degli Esposti e mendicanti, il Conservatorio delle Zitelle, la Casa delle Ritirate, la Commissaria Lupi, le Commissarie Penaro ed unite, l’Istituto per i carcerati, il Monte di pietà e (dal 1809) la Casa dei poveri.
I lasciti del conte Giovanni Andrea Martini del 1799 permettevano di proseguire il mantenimento della sezione dei "pazzi", cui seguiva, nel 1818, uno speciale fondo del Regno Lombardo-Veneto che, dopo l'Unità d'Italia, fu posto in carico alle province.
Ulteriore beneficio l'ospedale lo ebbe in quei primi anni del secolo dalla soppressione del convento di Sant'Agostino e la cessione nel 1798 di tutte le proprietà eccetto la chiesa e il convento.
L'amministrazione unificata degli enti assistenziali fu parzialmente modificata nel 1822 con la costituzione dei “Luoghi pii elemosinieri” (cui facevano capo il Monte di Pietà, il Conservatorio delle Zitelle, la Casa dei Poveri, le varie Commissarie ed altre fondazioni ed opere pie nel frattempo istituite) da una parte, e l’Ospedale degli Infermi con l’istituto Esposti e mendicanti dall'altro.
Attorno alla metà del secolo l'ospedale era curato da un amministratore in forma gratuita, con un medico alla direzione generale. A quell'epoca possedeva 116 posti letto per i poveri della città affetti da malattie acute; in casi eccezionali se ne poteva aumentare il numero a fronte di una tassa cui si sopperiva attraverso la carità privata oppure, talvolta, pagata dai comuni. Vi erano anche sale isolate per la cura di malati contagiosi, per lo più vaiolo, morbillo e rosolia ma, in casi straordinari, venivano allestiti appositi ospedali come in occasione dell'epidemia di febbre petecchiale del 1817 e di colera del 1836.
Su interessamento del vescovo di Crema, monsignor Giuseppe Sanguettola, al 1852 risale l'arrivo delle prime suore dell'ordine della Ancelle della Carità, fondato dodici anni prima a Brescia da suor Maria Crocifissa Di Rosa. Le suore prestarono la propria opera sia presso l'ospedale sia presso il manicomio di Santa Maria della Croce.
Vi erano impiegati due medici e un chirurgo primari, due chirurghi secondari due farmacisti, alcuni medici-chirurghi praticanti in forma gratuita; a servizio del presidio anche tre sacerdoti, oltre a impiegati e infermieri.
Le malattie curate erano prevalentemente le polmoniti in inverno, le febbri reumatiche in primavera e autunno, le febbri perniciose in estate.
A seguito della riforma delle opere pie del 1863 veniva istituito il Consiglio degli Istituti ospitalieri per l'amministrazione dell'opera pia “Spedale maggiore ed uniti” e dello “Spedale degli Esposti e dei mendicanti”, mentre gli altri enti di assistenza e beneficenza furono divisi in varie amministrazioni.
Tra le attività erogate nel 1869 figurava anche il dispensario farmaceutico che poteva fornire medicinali ai quei residenti in città – gratuitamente sino alla somma di L. 549,12 - che per mancanza di posti in ospedale o per impossibilità a essere trasportati necessitavano di cure presso la propria abitazione. Inoltre, erano distribuiti cinti per ernie, si organizzava un servizio di bagni pubblici (sia gratuiti sia a pagamento), venivano elargiti sussidi dotali erogati in virtù di diversi legati e sussidi in denaro ai poveri.
Verso il periodo dell'Unità d'Italia il numero di posti era aumentato a 140 con una sala operatoria, mentre negli anni immediatamente successivi vennero approntati ulteriori ampliamenti, quali l'allestimento di una seconda sala operatoria (1883), nuovi spazi e il miglioramento delle condizioni di vitto e assistenza.

Nel corso dei primi anni del secolo l'evoluzione delle conoscenze psichiatriche rendevano via via sempre più inadeguato il reparto per i "pazzi"; di fronte alla prospettiva di chiusura dopo le osservazioni di un'ispezione del 1910 negli anni successivi si studiarono tre soluzioni: la costruzione di un nuovo presidio, il trasferimento a Cremona o l'utilizzo di una parte dell'ex convento di Santa Maria della Croce; con delibera del 28 febbraio 1923 l'ultima ipotesi fu resa effettiva. In questa nuova sede venivano ospitate 90 donne e 90 uomini, per lo più affetti da schizofrenia, epilessia, alcolismo, handicap, reduci di guerra affetti da disturbo da stress post-traumatico, talora maniaci sessuali o ragazzi sbandati privi di qualunque supporto familiare; il manicomio di Santa Maria venne chiuso nel 1977, pochi mesi prima della promulgazione della Legge Basaglia (maggio 1978) e gli ospiti vennero distribuiti in varie residenze sanitarie oppure, i casi più gravi, presso l'ospedale psichiatrico di Cremona.
Nell'anno 1931 alla Congregazione di Carità fu concentrata l'amministrazione di tutti gli enti assistenziali e di tutte le opere pie cittadine, situazione che perdurò per pochi anni fino alla nascita (1937) di un Ente comunale di assistenza (ECA); l'anno successivo un Regio decreto (20 gennaio 1938) stabiliva che tutti gli enti di assistenza fossero decentrati dall’ECA e affidato ad un'unica amministrazione degli Istituti ospedalieri e di ricovero.
Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale il presidio ospedaliero cremasco si rivelò via via sempre più inadeguato, soprattutto sul piano organizzativo e strutturale, visto che contava solo le divisioni di medicina e chirurgia, talora anche con criticità di tipo igienico.
L'amministrazione comunale aveva già provveduto a un progetto destinato ad ampliare l'ospedale a sud, mentre nel 1951 si provvedeva ad aprire il nuovo reparto tubercolare. Un finanziamento governativo del 1955 permetteva di trasferire il reparto discinetici presso l'edificio della Misericordia permettendo di recuperare posti letto.
Gli studi e i dibattiti sul futuro dell'ospedale proseguirono per tutti gli anni cinquanta del XX secolo, spesso sollecitati dalla stampa e non privi di polemiche.
Dopo la visita ad alcuni ospedali di recente costruzione ci si orientò a una soluzione simile a quella perseguita per il nuovo ospedale di Brescia: un monoblocco da costruirsi in un'area periferica e in prossimità di un facile accesso viabilistico. L'area di 100 pertiche veniva individuata su terreni ceduti a a prezzi inferiori a quelli di mercato.
Il progetto fu presentato alla cittadinanza nel 1961; si trattava di una struttura in grado di servire tra i 420 e i 450 posti letto.
Sempre nel 1961 con l'introduzione del nuovo statuto l'ente ospedaliero mutava il nome:
«Decreto del Presidente della Repubblica 18 dicembre 1961, col quale, sulla proposta del Ministero dell'Interno, il fine Opera Pia «Ospitale Maggiore ed Uniti» di Crema (Cremona), viene parzialmente trasformato e viene approvato il cambiamento di denominazione in «Ospedale Maggiore di Crema», nonché il nuovo statuto.»

Il costo iniziale della nuova struttura fu preventivato in 1 miliardo e 50 milioni di lire, poi lievitati a 2 miliardi e 400 milioni; una parte delle risorse fu recuperata vendendo per un miliardo e 330 milioni fondi e proprietà immobiliari, tra le quali alcune cascine assegnate all'ente dalla Repubblica Cisalpina. Altro denaro fu raccolto attraverso donazioni e sottoscrizioni, tra le quali va segnalata quanto meno la proposta alle aziende di donare un giorno di paga (53 milioni raccolti).
La posa della prima pietra avvenne il 21 aprile 1963 alla presenza delle autorità. Questo il testo della pergamena murata:

«FONDATA DA QUATTORDICI CONCITTADINI IL 12 GIUGNO 1351 QUALE OSPIZIO PER I MALATI POVERI L’ANTICA DOMUS DEI GIÀ DIVENUTA ATTRAVERSO I SECOLI L’OSPEDALE MAGGIORE DI CREMA OGGI PER ADEGUARSI AI PROGRESSI SCIENTIFICI E ALLE ESIGENZE SOCIALI DELL’EPOCA NOSTRA RISORGE IN QUESTA NUOVA SEDE AFFIDANDO IL PROPRIO INCREMENTO PERENNE AL CENSO TRADIZIONALMENTE MUNIFICO E A QUELLE OPERE DI CARITÀ ONDE VERSO CHI SOFFRE SI ATTUA LA PRESENZA E L’ASSISTENZA STESSA DI GESÙ AMORE. 21 APRILE 1963.»

Anno pieno di avvenimenti fu il 1968: infatti, veniva promulgata la legge n. 132 (nota anche come Legge Mariotti) che istituiva gli Enti ospedalieri riconoscendo agli ospedali una soggettività di diritto pubblico. In conseguenza di questa legge il decreto del medico provinciale di Cremona (23 aprile), sentito il consiglio provinciale di sanità, classificava l'ospedale maggiore di Crema come ospedale generale provinciale. Pochi mesi dopo il Decreto del presidente della Repubblica n. 1460 del 31 ottobre (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 10 marzo 1969) dichiarava il presidio cremasco «Ente ospedaliero» retto da un consiglio di amministrazione di cinque membri eletti dal consiglio provinciale di Cremona, due membri eletti dal consiglio comunale di Crema e due membri in rappresentanza degli originari interessi dell'ente, designati e nominati ai sensi dello statuto del 1961. Conseguenza di questa modifica normativa fu la divisione dell'ospedale che divenne ente autonomo separato dagli Istituti ospedalieri e di ricovero.
Dopo cinque anni di lavori fu conclusa la nuova infrastruttura. L'inaugurazione avvenne il 28 ottobre.
Gli anni settanta videro il consolidamento organizzativo e la nascita di nuovi reparti; da segnalare in quel periodo le donazioni del benefattore dottor Bruno Manenti, che permisero di allestire un moderno centro di rianimazione e terapie intensive; Manenti elargì 120 milioni di lire a condizione che il reparto fosse dedicato al cognato, l'eroe dell'aria Francesco Agello. Sempre grazie alla munificenza di 60 milioni del Manenti fu allestita anche l'Aula magna (1973), anche in questo caso alla condizione che fosse dedicata a un altro parente, il cognato Michele Polenghi.
Nel frattempo, dopo l'istituzione dei governi regionali (1970) si profilavano diverse novità: nel 1971 era subentrato un collegio commissariale destinato a traghettare il nuovo "Ente Ospedaliero Ospedale Maggiore" verso la sanità pubblica, concretizzato con la legge n. 833/1978 che istitutiva le Unità Socio-Sanitarie Locali (USSL) divenute operative nel 1981, punto d'arrivo di quella riforma sopracitata che avviava la trasformazione degli enti pubblici di assistenza e beneficenza in enti giuridici ospedalieri.
Risale alla seconda metà del decennio l'idea di ampliare l'ospedale con una nuova ala separata destinata – secondo le intenzioni dell'epoca – ad accogliere eventuali malati contagiosi. Quella che ancora correntemente viene chiamata «Palazzina» fu aperta nei primi anni ottanta – collegata alla struttura principale da un corridoio parzialmente interrato – e venne successivamente destinata a nuove divisioni.
Nel 1992 venne introdotto un riordino volto a un'attenzione degli aspetti gestionali ed economici e a una riduzione delle aziende sanitarie, responsabilizzando le Regioni sotto il punto di vista finanziario. Fu in quest'ottica che l'USSL 53 di Crema fu trasformata nell'Azienda Sanitaria Locale (ASL) n. 24.
Sempre negli ultimi due decenni del secolo proseguirono gli interventi strutturali, quali l'informatizzazione generalizzata – costo di 670 milioni, ancora una volta allestita grazie a una munifica elargizione del dottor Bruno Manenti -, l'istituzione dei poliambulatori, il nuovo CUP – Centro Unico di Prenotazione, l'allestimento della prima TAC.
Un ulteriore riordino fu attuato dalla Regione Lombardia nel 1998 riducendo ulteriormente a 15 il numero delle ASL; fu creata così la ASL di Cremona nella quale vi confluirono le ASL 24 di Crema e 23 di Cremona. Crema divenne distretto autonomo con la creazione dell'Azienda Ospedaliera "Ospedale Maggiore di Crema", alla quale furono aggregati gli ospedali di Rivolta d'Adda, Soncino, Castelleone e Soresina.
Nei primi anni duemila il monoblocco fu ampliato con l'apertura della cosiddetta "Piastra", una struttura di 6 mila metri quadri destinata a diventare il centro di emergenza e urgenza e l'allestimento di un più efficiente servizio di pronto soccorso e rianimazione, ospitandovi anche l'unità di cura coronarica e un blocco operatorio chirurgico polifunzionale.
Proseguì per tutti i primi due decenni una lunga serie di interventi di ristrutturazione dei reparti e l'allestimento di una nuova e avanzata dotazione tecnologica.
L'ultima novità in ordine di tempo è stata la riforma del sistema sanitario lombardo che con la legge regionale n. 23/2015 istituiva otto Aziende Territoriali della Salute (ATS) e 27 Aziende Socio-Sanitarie Territoriali (ASST). Le precedenti ASL di Cremona e di Mantova confluirono così nell'ATS Val Padana che, oltre ad assorbire le precedenti funzioni si occupano di programmazione, integrazione delle prestazioni sanitarie e sociosanitarie con quelle sociali di competenza delle autonomie locali, stipulazione dei contratti. Con decorrenza 1º gennaio 2016 venivano istituite le tre ASST di Crema, Cremona e Mantova.
L'ASST Crema gestisce i presidi di Crema, Rivolta d'Adda e Soncino (mentre il presidio ospedaliero territoriale di Soresina e stato trasferito all'ASST di Cremona), i poliambulatori di Crema, Rivolta d'Adda, Castelleone, Soncino e gli appartamenti di residenzialità leggera di Rivolta d'Adda.



 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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