COLORNO Ospedale Ospizio civile S. Maurizio Abate ex psichiatrico - ospedali d'Italia

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COLORNO Ospedale Ospizio civile S. Maurizio Abate ex psichiatrico

Ospedali Nord est > Regione Emilia Romagna > Parma e provincia

Questa pagina è frutto del lavoro di URBEX 1793 , gruppo di quattro amici che condividono più passioni, di cui  una in particolare; visitare luoghi abbandonati, dove regna il silenzio e la natura si riappropria di ciò che un tempo era suo: attraverso storie, foto e video vi porteranno  all’esplorazione di quei posti ormai lasciati a loro stessi, ma con alle spalle delle storie.


http://urbex1793.altervista.org/colorno/


Nel 1873, in seguito all’epidemia di colera scoppiata in città, l’amministrazione provinciale di Parma decise di trasferire provvisoriamente l’ospedale psichiatrico provinciale a Colorno, riadattando per l’occasione i locali dell’ex palazzo ducale (noto anche come Reggia di Colorno) e dell’ex convento di San Domenico. Con il passare degli anni quella soluzione “temporanea” divenne sempre più definitiva a tal punto che una parte della Reggia rimase adibita a manicomio della provincia fino alla sua chiusura definitiva pochi anni dopo l’emanazione della legge Basaglia.
L’ospedale psichiatrico di Colorno ha visto 3 fasi costruttive
Fase I, dal 1873 al 1950: progetto di trasformazione e adattamento dei locali del palazzo ducale e del convento. Lorenzo Monti, futuro primo direttore del manicomio di Colorno, si ispirò al modello francese, che prevedeva una rigida separazione dei pazienti per genere, malattia e curabilità della stessa.
Fase II, dal 1950 al 1955: nel dopoguerra si pensò ad un ammodernamento della struttura, grazie anche alle nuove tecnologie.
Fase III, dal 1955 al 1978: continuò l'ammodernamento e la ristrutturazione fino alla chiusura dell'ospedale. Negli anni successivi alla chiusura la struttura è stata interessata ad opere di riqualificazione, come la sede dell’Archivio Storico del Manicomio (2004, ora a Parma) e la sede della Scuola Internazionale di Cucina ALMA.
Inizialmente l’ospedale accoglieva solo malati psichiatrici, ma col tempo cominciò ad accogliere vagabondi, alcolizzati, prostitute fino ad arrivare ai bambini abbandonati, tutti costretti a vivere in pochi metri quadri in condizioni igieniche pessime e trattati al limite del normale. Più che un luogo di cura, il manicomio era una vera e propria prigione: le finestre avevano le inferiate, le stanze e i bagni erano freddi e spesso chiusi a chiave ed i malati venivano legati al letto e torturati. Per controllare i loro pazienti gli infermieri usavano pratiche come l’elettroshock, le camicie di forza o bastoni trattandoli come se fossero degli animali. Il personale, che veniva scelto più per la propria forza fisica che per la professionalità, era ridotto al minimo (circa 170 infermieri per 1200 malati) e con turni massacranti nonostante l’enorme mole dei pazienti presenti i quali invece di essere curati entravano lì per morire, isolati dal mondo esterno e allontanati dalle proprie famiglie senza alcuna possibilità di fare ritorno ad una vita normale.
Tra il 1915 e il 1918 furono circa trecento i militari resi folli dalla guerra a essere ricoverati nel manicomio di Colorno. Alcuni pazienti furono ricoverati per decenni, altri per pochi mesi, in preda a impazzimento per l’incapacità di dare un senso alla follia nella quale erano stati catapultati; l’istituzione manicomiale era incaricata di recuperarli nel più breve tempo possibile e rispedirli al fronte, di nuovo “abili e arruolati”.
L’inadeguatezza dei locali e dell’assistenza ai pazienti venne ribadita a più riprese e con proteste sempre più crescenti ma senza alcun risultato fino a quando nel 1965 il neo-assessore provinciale alla sanità e ai trasporti Mario Tommasini (1928-2006) fece visita all’ospedale riscontrando l’agghiacciante situazione disumana.  Tommasini si scontrò duramente contro questa situazione inumana ottenendo l’autorizzazione dalla giusta provinciale ad una riduzione di orario del personale, l’assunzione di nuovo con maggiori competenze e l’acquisto di nuovi arredi al fine di rendere più confortevole la vita all’interno della struttura sanitaria.
Nel febbraio del 1969 un gruppo di studenti presero possesso dell’ospedale psichiatrico e l’occuparono per 35 giorni in segno di protesta ai metodi e alle condizioni dei pazienti al loro interno. I degenti si dichiararono a favore di questa occupazione firmando una mozione in cui chiedevano la dimissione dei pazienti in buona salute, l’eliminazione della sveglia alle, 6 aprire le porte della struttura, tenere assemblee comuni di uomini e donne,mandare in pensione i vecchi medici ,avere permessi di uscita e di consumo delle sigarette rimuovere le inferriate.
La fine dell’occupazione venne determinata dall’irruzione di un gruppo di neonazisti armati di spranghe e bombe molotov e dagli attacchi da parte della stampa a Tommasini e agli studenti occupanti. Nel 1970, grazie al buon rapporto di amicizia e collaborazione con Tommasini, l’ospedale psichiatrico di Colorno passo in mano alla direzione dello psicologo Franco Basaglia fino al 1971. In questo periodo l’ospedale ebbe un processo graduale di riorganizzazione secondo i principi della psichiatria comunitaria. Sempre da quell’anno ci furono un elevato numero di dimissioni dall’ospedale di malati che venivano inseriti nel mondo del lavoro e inglobati gradatamente nella società, la stessa società che li aveva fino a poco prima ignorati. Con l’emanazione della legge 180 chiamata anche Legge Basaglia l’ospedale di Colorno passo la sua gestione dall’amministrazione provinciale all’unità sanitaria locale portandolo al suo tramonto terminato con la sua chiusura totale dal 1990.
dal 2019 si trova in totale stato di abbandono.

Libro: Follie di guerra. Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte di Ilaria La Fata.


 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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