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GALLIATE Ospedale San Rocco

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La biblioteca di Galliate, da noi contattata, ha  trovato nel " Gruppo Dialettale Galliatese ODV " (https://www.galliateparolefatti.it/ ) il contenuto della scheda che postiamo integralmente in quanto riteniamo il lavoro veramente approfondito e quindi degno di pubblicazione comunque autorizzata dal Presidente del gruppo stesso cui va il nostro ringraziamento per la condivisione alla divulgazione

A. BELLETTI e A. JORIO, Parole e Fatti. Dizionario storico-linguistico galliatese, vol. III (S-Z), Galliate 2005, voce üspidalu, pp. 663-670

Le origini dell’ospedale
Il 23 gennaio 1454 il nobile uomo signor Francesco della Croce, podestà della terra di Galliate ("nobilis vir dominus Franciscus de lacruce potestas terre Galiate") a richiesta e istanza del signor Giovannino Merlo, gestore degli affari della chiesa e dell'ospedale di Santa Caterina di Galliate e amministratore dei beni dell’ospedale ("ad petitionem et instantiam domini Johanoli Merli negotiorum gestoris pro Ecclesia et hospitali Sancte Catharine de Galiate et dicti hospitalis bonorum administratoris") convocò Bertramino Ferrari, detto Ferruccio, debitore dell’ospedale e della chiesa per l’affitto di un letto dell’ospedale e della chiesa. ("Bertraminus ferrarius dictus ferrutius debitor dicti hospitalis et Ecclesie pro ficto unius lecti dicti hospitalis et Ecclesie").
Nel 1593 il vescovo Bascapè, in visita alla chiesa di San Giacomo, vi trovò botti ("vasa vinaria") e tavole per l’allevamento dei bachi da seta ("tabulae vermium sericorum"). Alla chiesa era annesso l’ospedale di San Giacomo, nel cantone di Portanova "in Cantono Portae Novae" - precisò il vescovo, che a monte confinava con la via pubblica chiamata "l’Hospitale di San Giacomo".
Sulla carta teresiana del 1723 si notano nel cantone di Portanova due chiese costituenti un unico corpo di fabbricato, la rionale di Santa Caterina e di San Giacomo che nel 1617 il vescovo Taverna in visita chiamò "Casa Sancti Jacobi in Cantono Porte Nove" e scrisse nel verbale che anticamente era stata lasciata dal dominus Fabriano Cavanea (Cavagna, cognome presente a Galliate fino ai primi decenni dell’Ottocento) alla fabbrica della chiesa parrocchiale con l’onere che vi fossero ospitati i poveri, gli infermi del paese e i forestieri ("cum onere ut in ea hospitantur pauperes et infirmi tam eiusdem oppidi quam advenae"), ospitalità in seguito interrotta per molti anni perché nell’ospedale alcuni vagabondi ("homines vaghi") avevano commesso turpitudini, iniquità e perfino rubato le suppellettili ("turpia et iniqua eo agebantur et persepe mobilia divertebantur"). I fabbricieri della parrocchiale l’affittarono al miglior offerente, finchè il locatario Giacomo Antonio Canna la concesse alla Società della Dottrina Cristiana detta la Bellarmina (fondata dal Quagliotti) perché riprendesse la cura degli infermi. Alla partenza del Quagliotti la "Casa" fu affidata a Francesco Muttino "uomo distaccato totalmente dal mondo non avendo né moglie né figliuoli, provveduto di pochi beni di fortuna ma ricco in compenso di virtù".
Il vescovo Taverna nell’ospedale trovò due galliatesi infermi, Giovanni Giacomo Ballavia (?) e Melchiorre Buffonus. L’ospedale, con annesso orto, comprendeva 5 locali inferiori, un dormitorio con 3 letti, altre volte chiesa di San Giacomo sconsacrata dal vescovo Bascapè, la cucina, la stanza dei custodi, l’oratorio e altre stanze superiori senza soffitto, ad eccezione di due camere in cui vi erano due letti.
La Comunità nel 1619 deliberò "di fare elemosina all’Hospitale del fitto della casa dove si fa detto Hospitale, e una volta tanto scudi vinti per amor di Dio".
L’ospedale San Rocco
Nel 1624 la Compagnia della Dottrina Cristiana iniziò le pratiche per abbandonare la Casa di San Giacomo. Il Quagliotti era morto nel 1617. Il prete Giovanni Gambaro "fra Francesco Muttino, Giovanni Giacomo Guarlotto, Francesco Martello, Antonio Canna huomini della Scola del Bellarmino posta in Gaià, per ordine dato della felice memoria del Quagliotti per mezzo di fra Francesco Muttino terziario, chiesero al vescovo "di poter movere il loro loco fa da loro comprato per l’hospitalità qual è piccolo e non a proposito, avendo opportuna occasione di grandire detto loco per maggiore utile e comodità dei poveri che in detto loco sogliono albergare la facoltà di poter alienare e di comprare un altro sito di cassina fuori circa trenta passi di Gaià appresso alla chiesa di Santo Rocho, con intentione di redificare detta chiesa ritrovandosi in gran bisogno di fabbrica essendo quasi tutta rovinata stando che sé sono circa duecento scudi d’elemosina, e con lo avanzo della nostra suddetta Casa (venduta per 1300 lire) edificare un nuovo hospitale con fabbrica moderna, alla cui intentione adherisce quasi tutto il Comune di detta Terra che detto hospitale sii contiguo e annesso e col nome de detta chiesa cioè Santo Rocho…".
In una carta del 1635 sono indicate le coerenze: "Dictum oratorium Sancti Rochi loci Galliati est constructum extra (fuori dal'abitato) et prope portam versus Romantinum cui coheret a mane via appellata del fossato, a meridie viridarius hospitalis (giardino-orto dell'ospedale), a sero hospitalis perminutus (molto piccolo) in quo infirmi curantur et a monte (a nord) via communis". I frati terziari che avrebbero servito nell’ospedale erano "fra Francesco Muttino, fra Andrea Bertinallo e fra Stefano Bonfiglio". Con decreto 10 settembre 1624 il vescovo prescrisse che "il predetto ospedale sia eretto, sempre che ed in perpetuo venga esercitata l’autorità dello stesso Reverendissimo Vescovo, siano osservate le prescrizioni, le regole e gli ordini da lui dati e non altrimenti o in altro modo". Il 13 agosto 1630 Muzio III infante, con la madre Maria Aldobrandini marchesa di Caravaggio, pose la prima pietra per la ricostruzione della chiesa di San Rocco.
Nel 1657 il vescovo Odescalchi visitò l’ospedale, di cinque stanze inferiori, la stanza degli infermi con sei letti, la cucina, la cantina e due altre stanze; cinque le stanze del primo piano delle quali una riservata ai sacerdoti infermi. Il giardino era abbastanza ampio e il cortile aveva il pozzo. Custodi dell’ospedale Battista Baldo e la moglie Apollonia che curavano e servivano gli infermi del luogo e i poveri viandanti che, se infermi, non si accettavano se non con l’autorizzazione dei parroci. Il reddito era comprensivo con quello della chiesa, abbondante l’elemosina. Se veniva a mancare si facevano collette per il Borgo. Il tesoriere era eletto dalla Compagnia della Dottrina Cristiana che sottoponeva i conti al Curato e a quattro deputati.
Nel 1680 il vescovo Maraviglia nominò un’Amministrazione di 24 membri, ridotti a 12 nel 1752 dal vescovo San Severino Rovero ed a 8 nel 1762 dal vescovo Balbis Bertone. Quest’ultimo introdusse nell’ospedale l’obbligo "perché gli infermi dentro 3 giorni della loro dimora nello spedale vengano confessati".
La nomina degli amministratori non fu sempre pacifica. Nel 1741 furono nominati dal Consiglio comunale ma non accettati dalla Congregazione. Priore, Sotto-priore, maestro dei novizi "officiali maggiori", procuratori, tesoriere, cancelliere e consiglieri dei cantoni venivano eletti "nella solita Infermeria dell’ospitale" alla presenza di uno dei due parroci, del podestà e dei "vecchi officiali". Invece il 24 agosto 1751 il Consiglio comunale decise che fosse "privativa ragione della Comunità l’elezione de’ sogetti per la Congregatione di Santo Roco, ma che per l’anno già cominciato debbano continuare li già eletti dalla detta Congregatione". Indisse quindi "un Sindicato in Piazza per sentir la generale determinazione del Pubblico". La domenica successiva il podestà lesse "a tutto il Popolo" la determinazione consiliare e furono eletti gli amministratori che dovevano "amministrare l’ospedale osservando le regole della Congregatione". Presentatisi i nuovi "officiali" con 4 testimoni per farsi consegnare le chiavi dell’ospedale, "l’ospitaliere" si rifiutò. Si mandò allora a chiamare "un Ferraro per levare la serratura, qual venne testè e s’accinse levare la serratura della Sagristia ma lo Spedaliere allora acciò non si facesse maggior violenza consegnò le chiavi". Il 5 settembre il Consiglio ordinò che "per tutti li sodetti disordini e pendente causa dell’ospitale che li Consoli si portino in nome della Comunità da S.E. la Signora Marchesa Feudataria e Patrona per sentire li di lei sentimenti e ricevere gli stimati ordini e intenti". A sua volta la Congregazione cercò la mediazione del vescovo e si ritornò all’elezione nell’infermeria.
Nel Seicento sembra che la figura principale nell’ospedale fosse "l’Hospitaliere". Nel 1648 "per servire gli infermi che sono e che saranno al Hospitale di Santo Rocho" fu nominato "il reverendo Gio. Batta Romano Capelano della Confraternita del Corpus Domini". Del 1668 è il capitolato "di Giulio Gambaro Hospitaliere" di 15 capitoli (omissis)
In regime napoleonico fu modificata la composizione dell’Amministrazione con il reale editto 21 dicembre 1807, abrogato il 21 maggio 1814 dal re Vittorio Emanuele, ma fino al 1824 l’Amministrazione "stette in esercizio senza ordinato regime" finchè il prevosto Brugo e il sindaco Pollastro lamentarono che "gli interessi del luogo Pio erano da lungo tempo trascurati e lasciati quasi in totale abbandono". Pregarono il vescovo Morozzo "perché nominasse ex officio un Corpo di Amministrazione, come fu fatto con decreto 9 giugno 1825". Il sindaco Parma "per levare al vescovo la superiore ispezione del Prevosto la presidenza dell’Amministrazione", nel 1847 ricorse al Ministero dell’Interno lamentando abusi. Il re Carlo Alberto con decreto 12 aprile 1847 costituì una Commissione "con l’incarico di occuparsi del riordinamento dell’Ospedale" nominandone presidente il vescovo. Le vicende politico-militari del tempo rimandarono la riunione della Commissione, ma il sindaco Parma nella seduta consiliare dell’autunno 1851 "fece mozione sugli abusi dell’Amministrazione dell’Ospedale di San Rocco, mozione che fu stampata sul giornale della Divisione Novella Iride". Il vescovo non riunì ancora la Commissione e il ministro Galvagno "provvide alla formazione della Congregazione di Carità".
Con regio decreto 20 novembre 1851 il re Vittorio Emanuele II sciolse l’Amministrazione, affidò alla Congregazione di Carità l’esclusiva amministrazione dell’ospedale e dispose che ne facesse sempre parte "come membro nato il Priore della locale Confraternita della Dottrina Cristiana a perpetua rappresentanza del primo fondatore dell’ospedale". Con altro decreto del 4 luglio 1852 approvò il "Regolamento organico disciplinare per l’Ospitale di San Rocco", presentato e approvato dalla Congregazione di Carità il precedente 22 giugno a firma Cesare Parma presidente, Bernardo Cardano prevosto, Giuseppe Ajroldi sindaco, Callisto Martelli sacerdote priore della Dottrina Cristiana, Carlo Massaroni, Rajmondo Taglioni, Giovanni Migliaretti geometra, Filippo Rigorino, Carlo Chiodini segretario.
Il Regolamento comprendeva XI capitoli che trattavano dell’Amministrazione, del Deputato mensile, del servizio dell’Ospitale, del Segretario, del Tesoriere, dell’Economo, del Medico, del Chirurgo, del Flebotomo, della Levatrice, del Farmacista, degl’Infermieri, del Servizio religioso.
L’Amministrazione era formata dal Presidente di nomina reale, dal Sindaco, dal Parroco membri nati ordinari, dal Priore della Dottrina Cristiana terzo membro nato e da quattro membri elettivi.
Compito degli amministratori: curare la manutenzione dei fabbricati, vigilare sulle proprietà fondiarie e amministrare i capitali, partecipare agli incanti annuali della legna fatti dal Comune per acquistarne al minor prezzo possibile, adoperarsi "per tener lontano dall’ospedale le pozzanghere, le macerie, i letamai, i pozzi neri, procurare che non s’impiantino officine di industrie rumorose, quando invada una malattia epidemica o contagiosa per cui si accrescesse l’affluenza all’ospedale, ovvero si richiedesse un metodo di cura dispendioso che danneggi l’Opera Pia, la Congregazione prima di accogliere gli infermi in numero maggiore dell’ordinario dovrà concertarsi col Municipio per le maggiori spese da rimborsarsi come si è praticato per l’addietro specialmente negli anni 1841 e 1843 in occasione del tifo petecchiale" (v. têfu).
Curiosità: per i principali benefattori dell’Opera Pia il Regolamento prescriveva "di far eseguire per mano di sufficiente artista il loro ritratto: per un legato di 10 mila lire il ritratto rappresenterà mezzo il corpo al naturale; per uno inferiore a 5 mila il ritratto sarà di mezzo corpo in proporzione più piccola; per ogni altro non inferiore a lire 2 mila il ritratto di solo mezzo il busto in piccolo; per gli altri Benefattori si terrà in mostra in una delle infermerie un quadro sovra il quale si descriverà in caratteri eleganti il loro nome, cognome, condizione, età, ed il giorno del decesso coll’indicazione del lascito".
Per obbligo dell’ospedale lasciato da alcuni benefattori "in modo speciale la distribuzione di 200 fascine di legna principalmente alle povere vedove e una sovvenzione in contanti a povere puerpere del paese per lire 31 all’anno".
Il deputato mensile doveva senza compenso eseguire il suo ufficio, con dispensa solo in caso di malattia. Gli dovevano obbedienza gli impiegati, gli inservienti e i sacerdoti addetti all’ospedale, vegliare che ognuno facesse il proprio dovere, fare le piccole spese urgenti, controllare le fedi di ammissione degli ammalati e certificare che fossero del Paese, rifiutare l’ingresso quando scoprisse che le fedi rilasciate dal medico, dal chirurgo o dal parroco per certificare la povertà erano state carpite con simulazione di malattie o che l’indigenza fosse insussistente.
Il servizio amministrativo era disimpegnato da un segretario, un tesoriere e un economo. Il sanitario da un medico, un chirurgo, un flebotomo, una levatrice, un farmacista, un infermiere, una infermiera. Il parroco con altri sacerdoti prestava l’assistenza religiosa Stipendio annuo del segretario lire 210 e del tesoriere 200. L’economo provvedeva alle spese all’ingrosso di olio, vino, legna, grano, lana, coperte, biancheria, dirigeva la cucina, assisteva alla preparazione delle diete prescritte dal medico e dal chirurgo, "teneva d’occhio gli infermieri che preparavano le consuete decozioni domestiche", registrava su un libro le generalità degli ammalati indicando l’entrata e l’uscita o l’ora del decesso. Stipendio in relazione ai redditi dell’ospedale.
Il medico, il chirurgo, il flebotomo e la levatrice erano pagati dal Comune per il servizio dei poveri del paese senza altro compenso a carico dell’ospedale del quale erano Ufficiali Sanitari. Il Comune di Galliate "per antica costumanza e spirito di generosa carità verso il patrio Spedale fissava l’obbligo di servizio sia per il numero delle visite ordinarie che straordinarie di giorno e di notte". Solo il medico e il chirurgo prescrivevano medicinali e rimedi che scrivevano sul libro farmaceutico con facoltà di prescrivere "qualunque specie di medicamento attenendosi però ad una giudiziosa economia, si astenevano dallo scrivere le bevande ordinarie preparate dagli infermieri colle decozioni delle radici od erbe di produzione dell’annesso giardino, e così degli impiastri malvacei e delle polente". Il chirurgo e il flebotomo "non erano tenuti ad applicare i vescicanti e le sanguisughe, i clisteri né eseguire le frizioni mercuriali e le altre unzioni né a praticare le fomentazioni, né a medicare i vari emuntori, prestandosi a simili operazioni gli infermieri".
I farmacisti del paese somministravano i medicinali all’ospedale per turno annuale o semestrale e il pagamento veniva fatto con il ribasso del 40%, mentre per le sanguisughe si praticava il prezzo commerciale.
Gli infermieri d’ordinario erano marito e moglie. A loro era affidata la cucina e dovevano "preparare decotti, empiastri e altri cataplasmi, i clisteri comuni, applicare le sanguisughe e i vescicanti; l’infermiera, se maritata, assistere alle visite della levatrice, presentadosi l’ammalato detergerlo dalle immondizie, secondo l’ordine del medico tagliargli i capelli e anche le unghie, fargli la barba e, essendovi ammalati con diarrea stendere loro di sotto le traverse e mutarle di frequente per levare il fetore e fare i profumi intorno al letto, pulire l’infermeria e tutti i locali compresa la chiesa di San Rocco della quale era sacrista". L’infermiere non doveva "ingerirsi" nell’infermeria delle donne e l’infermiera in quella degli uomini. A loro spese il bucato. La Congregazione forniva loro "l’alloggio, anche per i figli, nell’ospedale, l’uso della cucina, la legna, il lume, il sale, il sapone per il bucato, l’uso del giardino con l’obbligo di coltivare ortaggi". Salario lire 250 per l’infermiere e 150 per l’infermiera da pagarsi mensilmente. Il servizio religioso spettava al Prevosto, "il cappellano investito del beneficio di San Giuseppe assisteva i moribondi e il cappellano investito del beneficio Muttini celebrava la messa".
L’ospedale era riservato "al ricovero e alla cura dei soli ammalati indigenti del Borgo e suo Territorio affetti da malattie acute, escluse le croniche e le incurabili". I maniaci d’ambo i sessi erano accolti provvisoriamente in semplice custodia, se poveri a carico dell’ospedale, se no, a carico delle famiglie, "per l’avviamento al Regio Manicomio o all’Ospedale provinciale". L’accoglienza degli infermi era condizionata alla fede rilasciata dal medico o dal chirurgo e da un attestato del Parroco "constatante la miserabilità". Non erano ammessi i lattanti e i ragazzi inferiori a 7 anni "salvo casi straordinari". La Congregazione determinava con deliberazione il numero degli anni di domicilio stabile avuto in Paese per essere accettati nell’ospedale per quegli ammalati non nati nel Borgo. Erano ricevuti invece i Reali Carabinieri, i Preposti delle Regie Dogane mediante una retta giornaliera fissata dai loro Regolamenti. L’ospedale poteva accogliere anche ammalati non indigenti con retribuzione giornaliera da fissarsi di volta in volta.
Per un utile confronto con gli ospedali di oggi (chi non ci è ancora andato, ci andrà…).
Il vitto ordinario comprendeva 4 diete. La prima :"Mattina una tazza di brodo - Pranzo once 2 di pane in brodo grattugiato (pancòtu) once 2 di vermicelli - Sera come il pranzo". La seconda: "Mattina once 2 pane con zuppa - Pranzo panata di once 3 pane, o minestra di once 2 pasta fina, o 3 pasta nostrale, once 2 pane asciutto, frutta cotta una porzione. Sera panata o minestra come al pranzo "La terza; Mattina once 3 pane in zuppa - Pranzo once 3 riso in brodo, pane asciutto once 3 e mezza, carne cruda di vitello once 4, vino once 3 e mezzo". La quarta: "Mattina once 3 pane in zuppa - Pranzo once 3 riso in brodo, pane asciutto once 7, carne cruda once 7, vino once 7 - Sera panata once 3 o minestra di once 3 pasta, pane asciutto once 7, carne cruda once 7, vino once 72".
Il medico e il chirurgo potevano prescrivere vitto straordinario: "vino once 4 di più, polenta di farina di meliga, frutta cotta, ova o sostituire il manzo al vitello nella dieta". Ora del pranzo a mezzogiorno e la sera all’Ave Maria.
Nell’ottobre del 1889 giunsero nell’ospedale 4 suore del Cottolengo, 11 negli anni Sessanta, (rimaste fino al dicembre 1990).
Già dalla metà dell’Ottocento si era avvertita la necessità di un ampliamento dell’ospedale anche per l’aumento della popolazione, ma i vari progetti "furono trovati inesiguibili" per la spesa. Bisognò attendere il 1893 quando, migliorate le condizioni economiche, il geometra Federico Pallavicini progettò la costruzione di un’infermeria al piano superiore, adattò i locali al piano terra e ricostruì il locale detto "dei Pellegrini" formando un nuovo salone. Opera appaltata ad Angelo Carnisio di Romentino a nome di Ambrogio Porzio romentinese e con la partecipazione del capomastro galliatese Tommaso Gilardini. Spesa 9.460 lire. Le migliorate condizioni finanziarie dell’ospedale sono ricordate dal Rigorini nella sua famosa canzone carnevalesca (v. Gajà spitascià, libro I, p. 491). "I rêcu uspidalu" fra le sue proprietà aveva anche il mulino di Vulpiate e il podere della Quara, fabbricati rurali, seminativi, boschi, prati venduti in XV lotti nel 1934.
Agli inizi del nuovo secolo l’ospedale accoglieva gratuitamente solo gli ammalati poveri domiciliati nel paese, ma anche a pagamento (lire 1,50 al giorno) e lire 2,50 nell’unica camera singola. Cinque le suore, più un infermiere con domicilio nell’ospedale. Curate tutte le malattie meno "le contagiose e le sifilitiche". Nel 1909 gli assistiti furono 239. Il medico Prunas Tola lamentava che non vi fosse un reparto speciale per i tubercolosi ricevuti e curati nella sala comune (v. tubèrclu) e osservava che "non fu mai possibile ottenere dall’Amministrazione l’apposizione delle sputacchiere e dei cartelli indicanti la proibizione di sputare per terra".
Nel 1908 il cav. Paolo Rossari acquistò "un vasto appezzamento di terreno presso la Madonnina", l’anno in cui veniva eretto in Ente Morale il "Ricovero vecchi inabili" (v. ritiru) annesso all’ospedale.
L'onorevole Ercole Varzi, presidente del Consiglio di amministrazione dell'Ospedale subito dopo la fine della prima guerra mondiale decise di donare al Borgo un nuovo ospedale più grandioso, corrispondente alle nuove esigenze e realizzato con criteri moderni. La Manifattura Rossari & Varzi in quello stesso anno deliberò la costituzione di "un fondo per la costruzione di uno stabile quale nuova sede del già esistente Ospedale san Rocco…(omissis) su terreno donato dal cavalier Paolo Rossari" (come da estratto del verbale del cda del 20/12/1919).
La costruzione del nuovo ospedale ebbe inizio nel febbraio del 1920 e terminò nel 1922 con una spesa di poco più di un milione. Progettista l’ing. Giuseppe Binotti. Ai lavori sovrintese il capomastro galliatese Giovanni Gilardini di Tommaso. La spesa fu sostenuta dalla Manifattura Rossari e Varzi in conto profitti di guerra conseguiti dal 1915 al 1918. Ad inaugurarlo venne il vescovo Giuseppe Gamba nel luglio del 1922.
Il seguito è storia contemporanea.


 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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