RANDAZZO Ospedale civile - Ospedali d'Italia

Vai ai contenuti

Menu principale:

RANDAZZO Ospedale civile

Ospedali Isole maggiori > Regione Sicilia > Catania provincia

La scheda deriva integralmente dal testo  “Ospedalità antica in Sicilia” del Prof. Mario Alberghina dell’Università di Catania che ben vent’anni fa ha svolto una ricerca su tutti gli Ospedali siciliani. Contattato non ha esitato, oltre a farmi dono del testo,  a darmi la completa disponibilità ad attingere al volume riportandone fedelmente i conte-nuti.
Voglio aggiungere che, fino ad ora, a parte la mia iniziativa di raccogliere la storia degli ospedali italiani, il volume del Prof. Alberghina è, insieme a quello di  Giuseppe Castelli Gli ospedali d'Italia del 1941, unico nel suo genere.



L’Ospedale civile è nel convento dei Minimi di San Francesco di Paola, nella piazza Ospedale. Il convento dei frati fu requisito a seguito delle legge sull’incameramento dei beni ecclesiastici ed assegnato al Comune che nel 1868 lo destinò a sede dell’ospedale cittadino. In seguito ai bombardamenti del 1943, la chiesa e l’ospedale subirono gravissimi danni. Non esistono documenti fotografici anteriori a quell’evento.
La prima sede dell'Ospedale dei poveri di Randazzo, istituito nel 1470 dal nobile Ruggero Spadafora detto Gerotto, barone di Roccella e Randazzo, barone di Maletto dotato di beni, censi e gabelle e nel tempo arricchito con censi annuali sopra mulini, palmenti, vigne e giardini e con la gabella delle capre, fu nella chiesa sconsacrata di San Giuseppe. L'ospedale fu successivamente trasferito nei locali siti nell'attuale via Umberto.  All'ospedale fu affiancata una chiesetta che ad esso doveva servire. Con atto in notar Silvestro De Monastris del 29 agosto 1560, III Indizione, la Confraternita della Carità decideva di unirsi all'Ospedale nuovo, cedendo a questo tutto il proprio patrimonio, continuando però a prestare quel servizio cui si erano obbligati con voto volontario all'atto della loro affiliazione alla Confraternita: la ricerca, cioè, degli infermi abbandonati e la raccolta volontaria delle elemosine. Nel 1830, la rendita annuale era di ducati 532,9; l’amministrazione assegnava a sorte legati di maritaggio. Alla fine del ‘700 è documentata la presenza nell’Ospedale dei Poveri sotto il titolo di "S. Maria della Pietà”,  di un Conservatorio dei proietti e della “ruota”, dotata di lume ad olio, per gli esposti. A tale servizio l’amministrazione ospedaliera era tenuta in seguito al Dispaccio Patrimoniale Reale del 1791. Il  vecchio Ospedale, nell'anno 1887, fu venduto al Sig. Vincenzo Fisauli, così come risulta dall'atto in Notar P. Petrina. In epoca borbonica, l’ospedale era amministrato da una Commissione Comunale e diretto da un rettore, membro della Confraternita dell’Ospedale sotto il titolo di S.M. della Pietà. Esso era eletto segretamente nella chiesa, tra i quaranta confrati nobili o borghesi possidenti, a quell’ufficio annuale, proposto al sindaco e nominato dall’Intendente di Catania in qualità di presidente del Consiglio Generale degli Ospizi. Nel periodo tra il 1829 ed il 1835 l’ospedale fu chiuso per mancanza di mezzi economici e per la necessità di consistenti acconci e riparazioni al piccolo fabbricato. Allorché si provvide ai lavori di sistemazione del camerone superiore, della cisterna ed all’acquisto di pochi mobili e suppellettili, poterono essere ricoverati solo 4 ammalati, mentre i proietti mantenuti a balia erano circa 24 all’anno. Poiché della Confraternita facevano parte il sindaco ed i decurioni, si comprende come l’intreccio di interessi economici sulle rendite dell’ospedale fosse consistente. Il potere politico, economico e giudiziario era in mano a poche famiglie apparentate tra loro che si scambiano i ruoli di comando nel paese. Costoro erano, infatti, i maggiori debitori nei confronti dell’amministrazione dell’ospedale impiegandone per fini personali i capitali. Frequenti sono le memorie di protesta e le cause contro debitori per la situazione creditizia nei confronti di affittuari ed enfiteuti. Questo stato di cose spiega la critica situazione assistenziale in cui versava l’ospedale nell’Ottocento.

Lettera all’Intendente e all’Amministrazione dell’Ospedale scritta il 10 maggio 1827 dal cav. Mariano Vagliasindi rettore, un anziano nobile morto l’anno successivo, avente per oggetto:
“Si rapporta la malversazione nell’amministrazione e lo stato orrido dell’infermeria per la pessima condotta dell’infermiere”.

Signore,
onorato e cortesemente da Lei obbligato ad assumere mio malgrado le funzioni di Rettore di questo Spedale dei Poveri………ho osservato quanto lo stato passivo superi lo attivo………Alla vista di così lacrimevoli posizioni, ho sentito il bisogno di portare una minorazione nei soldi………e mi sono raccapricciato in leggendo le onze quattro destinate per il medico, e tarì quindici ad un Prete per assistere i moribondi. Il primo stipendiato dal Comune con onze dodici con l’espresso obbligo di servire i Poveri, ricco nel suo stato, non ha avuto a vile, né si è fatto il menomo scrupolo di esigere altre onze quattro dal miserabile ospedale………Che dire del Prete………non è perciò una modificata simonia ?
In seguito mi sono condotto all’Infermeria: un’anima sensibile ed umana non potrà tratenere le lacrime………Il quarto superiore, destinato necessariamente a ricevere gli infelici, s’è convertito in abitazione dei primi, ed i poveri ammalati proprietari del locale, cacciati in un sotterraneo che neppure potrà servire da magazzino attesa la sua eccessiva umidità………A parte ciò, una grande stanza lunga palmi quaranta circa e larga diciotto, non ha che una piccola apertura alta pressoché canna una dal pavimento; il gas acido carbonico perciò vi permane ed ammazza gli ammalati………Ma questo è poco; mi inoltrai nella istessa stanza, e in un cantone su di poca e fetidissima paglia giacea uno sventurato febbricitante, mastro Francesco Musumeci, ………e mi disse che lo infermiere tutto in proprio uso converte, abbrugiandosi financo le lettiere e vestendo… li lenzuoli………lo infermiere mette il colmo a queste barbarie.
E’ stata da me attivata la esecuzione degli arretrati ed io stesso m’aspetto da Lei le analoghe risoluzioni.

Il rettore
Mariano Vagliasindi




 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
Torna ai contenuti | Torna al menu