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PENNE Ospedale Civile S. Massimo ex Misericordia

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Ringraziamo l'autore, Il dott. Salvatore Marino, per la disponibilità nella stesura della scheda

https://www.academia.edu/23142829/_Ospedali_e_confraternite_a_Penne_nei_secoli_XIV-XV_in_Civitas_Penne_la_citt%C3%A0_medievale_L_Erma_di_Bretschneider_Roma_2015


Giovanni De Caesaris (1872-1948) nel suo saggio del 1929 incentrato sull’antico ospedale di San Massimo di Penne  scrive che nella città vestina sorgevano nella prima metà del Trecento quattro ospedali. L’ipotesi era suffragata da due documenti conservati ai suoi tempi presso l’Archivio del Capitolo di Penne e ora non più esistenti. Il primo era il testamento che Angelo di Amoroso di Penne fece rogare, il 13 gennaio 1334, a favore di numerosi enti ecclesiastici della sua città dal notaio Massimo di Bernardo attivo lì. Angelo lasciò all’ospedale di San Nicola de’ Ferrari dodici carlini d’argento che sarebbero serviti al sostentamento dei poveri che vi erano ricoverati («pauperum ibi degentium»); al Santo Spirito lasciò due carlini, due paia di lenzuola e due coperte; beneficò, infine, San Lazzaro dei Lebbrosi con un contributo da destinare alla costruzione dell’edificio nosocomiale non ancora avvenuta e da realizzare per cura della città («pro aedifitio hospitalis sancti Lezari leprosorum construendi a dicta Civitate Penne»). Il secondo documento era il testamento dell’11 luglio 1348, con il quale Francesca, vedova di Buccio Paduli, lasciò beni agli ospedali di San Nicola de’ Ferrari, di Santo Spirito e di Santa Rufina.
Ben documentato, ma pressoché ignorato dagli eruditi locali, è l’ospedale di Santa Maria della Misericordia, fondato nel 1364 da Agostino Muzi. Il nome del fondatore è menzionato per la prima volta in un documento del 1368 quando fu convocato, assieme ad altri tredici membri della «societas fraternitatis Sancte Marie de Misericordia», per eleggere i procuratori, gli economi e i sindaci del sodalizio caritativo.
L’ospedale della Misericordia fu nel Medioevo un centro polifunzionale, capace cioè di erogare i principali servizi sociali alla città.
Nato per ospitare i poveri e gli infermi di entrambi i sessi, per distribuire cibo, indumenti ed elemosine ai mendicanti, per offrire cure ai malati terminali e per seppellire i morti, agli inizi del XV secolo iniziò a prendersi cura anche dei bambini abbandonati, assegnando in particolare alle fanciulle senza mezzi di sussistenza una dote. Una traccia isolata è la donazione di Amico d’Amico, che nel 1401 concesse a Nina, proietta dell’ospedale, una dote consistente in quindici ducati d’oro, un armadio di legno noce, un materasso con cuscini, lenzuola e coperte, una giacca, un mantello, una tunica e due grembiuli; e ancora, tovaglie, fazzoletti e veli, di seta e di lino, una catenina, una spazzola e un paio di pettini per la lavorazione della canapa.
Per le esigenze spirituali dei degenti, un cappellano celebrava gli uffici divini per la fraternita, visitava e confessava gli infermi in ospedale, amministrava l’estrema unzione ai malati terminali e si occupava della sepoltura dei morti. Eletto dai confratelli, il cappellano svolgeva importanti e delicati uffici nell’ambito del sodalizio e doveva pertanto essere persona diligente, discreta e morigerata. Non fu tale, evidentemente, un cappellano che nel 1462 fu rimosso dal vescovo Amico per la sua cattiva condotta, tale da causare grave clamore nella fraternita e in città («magno scandulo et murmuratione»).
Se l’amministrazione legale e contabile fu curata da un consiglio eletto dai confratelli, l’assistenza quotidiana ai poveri degenti nell’ospedale era garantita dagli oblati del pio luogo, cui offrivano se stessi e i loro beni, alla «ricerca di una ‘vita buona’ perseguita attraverso una serie di pratiche buone», aiutando i più bisognosi, offrendo assistenza ai malati ricoverati nell’ospedale e partecipando al buon governo del pio luogo. Solitamente si trattava di vedove e coppie di coniugi, spesso senza figli ed eredi, che, in cambio di vitto, indumenti e un alloggio in ospedale, promettevano di dedicarsi, per il resto della loro vita, ad assistere gli infermi lì degenti («servire hospitali ut boni acfideles hospitalerii … et infirmos visitare et gubernare»), assicurandosi, dopo la loro morte, una degna sepoltura.
Pur non essendoci pervenuti gli statuti della fraternita, alcuni documenti dell’Archivio vescovile di Penne consentono di ricostruire e descrivere i profili biografici e le condizioni di vita di quindici oblati:
dal rituale con il quale entravano a far parte della fraternita, cui promettevano eterna obbedienza, ai diritti acquisiti in quanto oblati dell’ente. Negli atti presi in esame, le richieste di entrare a far parte della fraternita erano sempre giustificate da una o più motivazioni di carattere religioso, in primo luogo il sentimento di devozione nutrito per la Misericordia e San Massimo. Al priore e ai confratelli l’oblato prometteva obbedienza eterna e di vivere nel rispetto delle regole del sodalizio («secundum regulam fraternitatis et ordinis hospitalis»), cui legava, «in signum oblationis», tutti i suoi averi.
Gli atti a disposizione descrivono sempre il rituale della cerimonia di oblazione. L’oblato si inginocchiava dinanzi all’altare della cappella, con le mani giunte, per offrirsi in forma solenne nelle mani del rettore, del priore e dei confratelli («flexis genibus ac minibusiunctis … manus suas inmisit intra manus rectoris et prioris»). Poi, una volta recitata la formula di obbedienza alla regola della fraternità e dell’ospedale, l’oblato era accolto dagli altri confratelli, forse fino a quel momento rimasti incappucciati, con il bacio della pace («ad pacis osculum»).
Gli statuti della fraternità (che nel caso di Penne, non si sono conservati ) disciplinavano con norme specifiche la vita pubblica e privata dei confratelli. I capitoli pennesi non dovevano essere molto dissimili, per fare qualche esempio, da quelli della fraternitas vactentium di Venafro, o da quelli della Domus Misericordiae di Siena, che bandivano l’usura e «altro sozo et illecito guadagno». Gli oblati senesi della Misericordia, inoltre, dovevano osservare i digiuni prescritti, recitare le orazioni, confessarsi e comunicarsi secondo le regole fissate nello statuto e ciascun oblato, uomo o donna, aveva l’obbligo di indossare l’abito della fraternita, con una M sovrastata dalla croce, di colore rosso.
Per sostenere le spese di funzionamento e di manutenzione, l’ospedale della Misericordia, che a fine Trecento fu insignito della seconda intitolazione al beato Massimo, aveva bisogno del contributo economico di tutti i cittadini. Le principali fonti di finanziamento provenivano in larga parte dalle rendite legate al possesso dei numerosi beni immobili acquisiti dall’ente attraverso donazioni e legati «ad pias causas». Organizzatore ed erogatore di servizi sociali alla città, l’ospedale era allo stesso tempo un collettore di denari che ridistribuiva ai più poveri e investiva in modo «socialmente utile».
Fu intorno agli anni Settanta del XIV secolo, quasi in coincidenza con la fondazione del pio luogo, che si formò il patrimonio immobiliare e finanziario dell’ospedale. Uno dei primi benefattori fu Nicola Rubei Trasmundo, esponente di una delle famiglie nobili più legate alla fraternita. Nel suo testamento, rogato nel 1365, beneficò l’ospedale e la chiesa della Misericordia con centocinquanta fiorini d’oro, oltre a numerosi altri beni immobili, alcuni dei quali furono oggetto di una lite decennale intercorsa tra gli amministratori del pio luogo e Angela Rubei, figlia del testatore Nicola. Dieci anni dopo, Nicola d’Amico e sua moglie Giovanna, genitori di Amico d’Amico, procuratore del sodalizio, donarono all’ospedale tre case, una vigna, un terreno e tutti i loro beni mobili, consistenti in oro, argento, ferro, metallo, panni di lana e di lino, letti e altri beni. Altre suppellettili necessarie all’ospedale («pro usu pauperum ibidem degentium») furono donate da Sabino, vescovo di Larino; nel 1401, il presule legò all’ospedale tutti i letti in suo possesso, quattro mantelli, due grembiuli e due tovaglie di lino, una conca, un piccone, una catenina di ferro per il fuoco, due arche di legno noce e la mezza proprietà di una macina. E ancora, nel 1412, i coniugi Petrone e Antonia, oblati della Misericordia, donarono all’ente, oltre a una casa, un letto e una coperta, tre recipienti per il vino, un’arca di legno noce e una cassa, una tovaglia, una pentola, una catena e una bestia da soma.
Nella maggior parte dei casi i beni immobili erano donati all’ente col pieno ed esclusivo diritto di godere e disporre liberamente di essi, quindi di poterli alienare, locare e permutare. Talvolta, però, i donatori, soprattutto oblati, si riservavano l’usufrutto del bene, solitamente la casa in cui poter abitare vita natural durante. È questo il caso di Pasqua, che nel 1482 donò all’ospedale di San Massimo la propria abitazione, riservandosi l’usufrutto di una metà di essa, mentre l’altra metà la concesse, sempre in usufrutto, al figlio del fu Giuliano, un tempo suo servitore domestico.
A favorire l’incremento delle entrate dell’ospedale furono soprattutto i vescovi. Nel 1374, Pietro, Berardo e Biagio, rispettivamente, vescovi delle diocesi di Teramo, Boiano e Bitonto, concessero quaranta giorni di indulgenze a quanti avrebbero sostenuto con opere di beneficenza la chiesa e l’ospedale della Misericordia. Lo stesso fece Sabino, vescovo di Larino, che nel 1390 rilasciò indulgenze a quanti avrebbero elargito elemosine all’ospedale. Nel 1404, infine, Bartolomeo de Laureto, vicario generale di Antonio, vescovo di Penne e Atri, dispose la costruzione di un altare nell’edificio dell’ospedale, per la celebrazione degli uffici divini e affinché suscitasse la devozione e inducesse gli oranti a fare opere di carità in favore del pio luogo.
Durante il XV secolo l’ospedale consolidò e accrebbe sia le rendite finanziarie, sia il patrimonio immobiliare, quest’ultimo costituito da terreni ed edifici situati all’interno delle mura urbiche e presso le località limitrofe al centro abitato. Attraverso l’esame degli istrumenti notarili in cui sono definite le località degli immobili donati all’ente, emerge che esso entrò in possesso di oltre cinquanta proprietà tra manufatti e suoli. Nello specifico, beneficiava di diciannove appezzamenti di terra, tredici case, otto vigne, sei terreni recintati, cinque casolari, due orti, una galleria e un bosco.
Tra XIV e XV secolo, dunque, l’ospedale della Misericordia e di San Massimo accumulò e amministrò un consistente patrimonio di beni immobili e di risorse finanziarie. Non stupisce, allora, che le disponibilità di denaro liquido nelle casse dell’ente consentissero ai suoi amministratori di erogare prestiti ai cittadini, in particolare ai più bisognosi. Ne è prova un documento del 2 aprile del 1419, con il quale Antonio Mancino, cittadino di Penne, contrasse un debito di quindici ducati d’oro con il rettore e i procuratori dell’ospedale («puri mutuy ei facto per rectorem et procuratorem»). Nell’istrumento notarile, Antonio («debitor») si impegnò a restituire l’intera somma ai creditores entro un anno senza interessi («ad annum unum proximi »), pena il pagamento della cifra doppia («sub pena et ad penam dupli quantitatis»).
Sebbene l’ospedale della Misericordia, poi di San Massimo, sia stato il principale ente assistenziale di Penne, va pure evidenziato che esso non fu il solo attivo in città tra il tardo medioevo e la prima età moderna.
La tradizione erudita locale sembra concordare sul fatto che, nel corso del XVI secolo, operassero in città altri due ospizi minori. Il primo fu quello del Santissimo Rosario, retto dall’omonima confraternita, altrimenti intitolata all’Annunziata, associazione attestata già nel 1475. Il secondo, invece, era quello di Santa Monica al Portello Marzio, retto dall’omonima compagnia, detta anche di Sant’Agostino o della Cintura.
Di questi due enti minori si sa solo che nel 1587 furono riuniti dal vescovo De Benedictis, assieme all’ospedale della Misericordia e di San Massimo, in un unico ente, l’ospedale della Santissima Trinità.
Senonché l’iniziativa del vescovo di fondare un nuovo ospedale, con una intitolazione diversa dai tre preesistenti – perché non si generassero discordie – fallì di lì a poco. L’ospedale di San Massimo, portando con sé il nome del protettore di Penne, continuò perciò a costituire il principale istituto deputato all’assistenza della città.

 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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