RAVENNA Ospedale S. Maria Delle Croci - Ospedali d'Italia

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RAVENNA Ospedale S. Maria Delle Croci

Ospedali Nord est > Regione Emilia Romagna > Provincia Ravenna

Il contenuto della scheda deriva integralmente da:  La cura attraverso l’arte a cura del Conservatore del patrimonio storico e artistico AUSL della Romagna Sonia Muzzarelli.
Ci tengo a sottolineare che tutto il lavoro è stato svolto in accordo con la Direzione Generale che ne ha caldeggiato la divulgazione.
Si tratta di un “cofanetto” contenente vari opuscoli, riccamente iconografati e ricchi di bibliografia,  che riportano sia la storia degli ospedali come pure la descrizione del loro patrimonio artistico.


Per informazioni contattare: patrimoniostoricoeartistico@auslromagna.it


Un primo ospitale, retto da una confraternita religiosa che nominava il proprio priore per gestire la struttura, viene ricordato, in una bolla di Alessandro III risalente al 1160.
A metà del Quattrocento si contavano a Ravenna circa una trentina di ospedali, in mano a confraternite religiose e laiche. Questo numero elevato può trovare giustificazione nella presenza dei numerosi pellegrini che sostavano in città lungo il loro viaggio verso Roma.
Di questi antichi ospedali abbiamo notizia dell'Ospizio di San Gervaso in due documenti del 1106 e nel 1209, dell'Ospedale di Porta Gaza in un testo del 1186, di quello di San Iacopo in Media Pineta e di un altro ricordato nel 1188 come lo Spedale di San Pietro de' Crociferi. Nel 1200, inoltre, per onorare la memoria di Sant'Ursicino, che avrebbe esercitato la professione di medico a Ravenna, venne at-tribuito il suo nome ad un nuovo ospedale. Di altri istituti si conosce poi l'esistenza:
l'Ospedale di San Damiano (1209), l'Ospedale di San Giovanni Battista (dal 1218 fino al 1400), quello di Santa Maria della Rotonda (1222), quello di Divo Anastasio (1243), di Santo Spirito (1261), di Por-ta Adriana (XIII secolo) e di Santa Caterina (1350).
Nei primi anni del Cinquecento si erano ridotti a sei: Santa Maria delle Croci, Sant'Apollinare per il ricovero degli esposti, San Giovanni Battista, Santa Caterina, San Giovanni Evangelista, San Barnaba.
Inoltre nel 1512, dopo il sacco da parte dei francesi, la situazione economica della città decadde in maniera vertiginosa ed il Consiglio dei Savi propose di concentrare i beni degli ospedali fino a ridurne il numero.
Una prima concentrazione fu sancita nel 1567 con una breve di Pio V che prevedeva la fusione dei beni degli ospizi di San Giovanni Battista e di San Barnaba nell'ospedale degli esposti di Sant'Apollinare, che prese il nome della Trinità. In quell'occasione venne deciso anche l'accorpamento dei patrimoni degli Ospedali di San Giovanni Evangelista e di Santa Maria delle Croci. In questo modo, con l'u-nione formale degli istituti, in città rimasero due soli ospedali, Trinità e Santa Maria delle Croci.
Nel 1636 l'edificio dell'Ospedale della Trinità fu gravemente danneggiato da una piena dei fiumi Rocco e Montone ed, in seguito a questo evento, dal 1637 l'Ospedale di Santa Maria delle Croci, rimasto l'unico istituto ospedaliero della città, si attrezzò ad accogliere, oltre ai mendicanti e ai malati, anche i bambini abbandonati, e mantenne queste qualifiche fino alla fine del XVIII secolo.
Da subito il nuovo istituto ospedaliero fu sottoposto all'autorità del Vescovo che ne riorganizzò la struttura interna e cominciò a nominarne direttamente i priori, uno laico e uno ecclesiastico, responsabili dell'ospedale. Il priore ecclesiastico doveva sovrintendere alla parte assistenziale, sorvegliando malati, esposti, zitelle e tutti i dipendenti; doveva visitare i locali e vigilare il rispetto delle celebrazio-ni religiose. Quello laico doveva controllare soprattutto i bilanci, le entrate, gli stipendi, gli acquisti, i contratti con i coloni e con gli affittuari, e compiere almeno una visita all'anno a tutte le proprietà immobili.
Dai priori dipendeva un rettore che teneva la contabilità annuale. Dal rettore dipendeva un fattore, che si interessava alla campagna ed alle provviste, ed uno spedaliero che si dedicava alla custodia del mobilio, alla dispensa del vitto e dei medicinali, secondo le prescrizioni mediche.
L'economia dell'ospedale si sorreggeva prevalentemente sulle proprietà fondiarie e ai lasciti testamentari di parecchie famiglie ravennati.
Secondo i regolamenti del 1705 si potevano ricoverare i malati purché non fossero affetti da malattie contagiose, cronici, incurabili o pazzi e le prescrizioni del 1714 prevedevano che il rettore fosse pie-toso con i pellegrini e li alloggiasse all'occorrenza per tre sere ma solo nel caso di comprovata povertà.
Con la soppressione delle corporazioni religiose l'amministrazione degli ospedali e degli istituti pii passò ai laici. Nel 1769 in Consiglio comunale propose la soppressione del convento di monache di San Giovanni Evangelista per costruirvi al suo posto un nuovo ospedale. Invece nel 1793 si iniziò un restauro della vecchia struttura. Seppur gli interventi furono adeguati alla situazione, gli spazi dell'ospedale rimasero ampiamente insufficienti a soddisfare le richieste della crescente popolazione di Ravenna.
Bisognerà attendere il 1827 per assistere al trasferimento dell'ospedale nel monastero di San Gio-vanni Evangelista, i cui lavori di ristrutturazione erano cominciati, con il consenso di papa Pio VII, nel 1823.
Nella nuova sede, ampliata con altri padiglioni nel 1900, l'ospedale rimase fino all'aprile 1944, quan-do a causa dei continui bombardamenti aerei  s'impose l'urgenza di un suo trasferimento. Come luogo di destinazione vennero scelti i locali dell'ex ospedale militare, ma anche qui l'ospedale venne colpito.
In realtà, già dal 1935, le autorità municipali avevano indetto un concorso nazionale per la progettazione di un nuovo ospedale. Il concorso venne vinto, nel 1938, dall'Architetto Domenico Sandri e i lavori iniziarono nel 1940. Il continuo aggravarsi dello stato di guerra portò alla interruzione dei lavori che procedettero a singhiozzo per tutto il dopoguerra e ripresero solo nel 1947 concludendosi nel 1959, anno di inaugurazione dell'attuale struttura.




 
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