CASTELNUOVO SCRIVIA San Giacomo - ospedali d'Italia

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CASTELNUOVO SCRIVIA San Giacomo

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Questa scheda è frutto dell'interessamento del Sindaco di Castelnuovo Scriva che ci ha autorizzati a pubblicare la parte relativa all'Ospedale contenuta nel Testo : Storia e Arte - miscellanea Castelnovese  a cura di Antonello Brunetti - Stampato dal Comune di Castelnuovo Scrivia nel Maggio 2005



Sorge nel 1240 come ospedale degli infermi, poi di San Giacomo e San Carlo, di San Giacomo e Filippo, e infine opera Pia Balduzzi. In tutto il periodo dell’alto medioevo non abbiamo notizie di hospitali per il ricovero e la cura degli infermi. Essendo, però, Castelnuovo a margine di una delle strade dei pellegrinaggi verso Roma, divenne inevitabile il sorgere di un luogo di ricovero, più che di cura, per i pellegrini. L’assistenza agli infermi vera e propria a Castelnuovo ebbe un’origine laica, addirittura privata, se dobbiamo credere a un’affermazione del Salice che sostiene che venerdì 18 settembre 1270, con atto rogato dal notaio Vassallo Gallia, Masnacus Nicolosio fondava in Castelnuovo lo spedale di San Giacomo a proprie spese, ospedale che venne poi arricchito date Tedisio Bagnaria e Usmero Crespi, per cui nel 1450 il suo reddito era di lire 8650 milanesi. Nella nostra epoca gli ospedali sono a volte investiti da qualche scandalo, ma non c’è tanto da decantare il buon tempo antico. Vediamo infatti, cosa succede a Castelnuovo nel 1472, come ci racconta Italo Cammarata. Giovanni della Torre, gentiluomo della terra di Castelnuovo, chiede a Galeazzo Sforza di poter passare la sua carica di gestore de l’hospitale di San Jacomo, assegnatagli dal vescovo di Tortona, a Zoanne Antonio torti. Per il duca di Milano non c’è problema; ma ecco che interviene indignato il vescovo di Tortona, il quale rivela che in realtà il Torti già gestisce l’ospedale e ha mangiato le possessioni e i redditi senza alcuna ragione. In poche parole Giovanni Torti ha venduto L’ospedale che doveva gestire ricavandone grandi quantità di denaro ed è stato chiuso nel carcere del vescovado per indurlo a restituire il maltolto … La grana è che Giovanni ha rotto la pressione e se ne è fuggito … Riportiamo un passaggio della visita pastorale del 1570: “visitatio hospitalis sancti Jacobi” in quo reperti suni quattro letti con una coperta e in uno vi era un malato, di nome Antonio de Verona, il quale interrogato se qualcuno, per conto dell’amministratore, provvedeva al vitto e alle sue altre necessità, rispose di no poiché doveva procurarsi cibo chiedendo la carità per strada. In un altro letto vi erano due malati. Similmente interrogati, dietro la stessa risposta. Viene interrogato il parroco su chi sia il responsabile dell’ospedale e quali siano le entrate. Il parroco risponde che nei giorni successivi sarebbe stato dato l’incarico di gestire l’ospedale alle suore dell’Annunciata, provenienti dalla città di Tortona. Il parroco precisa che da tempo era morto colui che si occupava dell’ospedale, certo Francesco Galli, il quale provvedeva di tasca sua a creare un reddito di cinque lire milanesi. Agghiacciante la descrizione del vescovo Gambara, datata 1595. L’edificio è un rudere. Le terre sono affidate a un fittabile che utilizza il reddito per spassarsela a pane vino, o meglio utilizzava visto che è finito in galera. Vi sono in tutto quattro lettiere di paglia, tre strapunte, due coperte e, per fortuna, anche un pignatino, una borraccia, una catena da fuoco, una seggia e una tavola. Nell’ospedale abitano Giacomino del castello, la moglie e i figlioli, ma non si occupano degli infermi. L’ospedale è ampio, chiuso da un muro di cinta, dotato di solai e persino coperto con coppi; peccato che sia lambito da una fogna a cielo aperto. Il notaio Valerio Borghi riceve la cifra di lire imperiali 2850 e la passa il venditore, certo Giacomo Barberino di Sannazzaro. Entra subito in funzione perché in quell’epoca discendendo dalla Valtellina, le truppe tedesche in Lombardia, si manifestò di nuovo in Milano la peste, al 22 ottobre dell’anno 1629, malore che non tardò a propagarsi. Durante una visita pastorale del 1650 si fa la solita lunga relazione ed emerge un particolare: gli ospedalieri sono obbligati a lavare le lenzuola due volte all’anno e vengono rimproverati poiché non rispettano questo obbligo!  (Patrona e la comunità del borgo. V’è l’obbligo di curare i malati del borgo e non altri. Ci sono lenzuola, ma poche e coperte ad uso dei malati. Gli ospedalieri sono tenuti a lavare le lenzuola a proprie spese due volte all’anno; se ciò non è, si provveda entro l’anno. Ordiniamo che subito si provveda a questo scopo concedersi il giardino esistente nell’ospedale medesimo. Troviamo due donne malate alle quali accede secondo necessità il medico). Quindi le lenzuola non erano state lavate da almeno un anno, nonostante gli ospedalieri usufruissero dell’ampio giardino come orto personale! Nel corso di visite successive l’ospedale risulta stracolmo: vi sono ben sette povere donne vecchie e stroppiate. Si ricorre alle questue per raccogliere fondi, si raccomanda di provvedere alle immagini sacre e all’acqua benedetta per ogni letto. Si ordina di aprire una lunga finestra fra la cappella e l’ospedale affinché i malati possono ascoltare le messe. Il parroco è il punto di riferimento per la gestione. Non si parla mai di cure mediche. In poche parole pare che le cure si basino esclusivamente sulle immagini sacre e sull’acqua benedetta! Nel corso della visita pastorale del 1670 apprendiamo altri particolari. Sono regolatori di questo ospedale tre Dottori e un Ospitaliero li affianca. L’ospitale ha di reddito ciò che si ottiene dalla nevera che è di scudi 40 annui. Le entrate ammontano a soldi 165 l’anno benché di difficile esazione: vi sono molti debitori i quali sono renitenti a pagare. A quanto pare è un bel problema riscuotere le rette. Per fortuna che nel giardino c’è la ghiacciaia che viene affittata d’estate ai beccai per conservarvi le carni utilizzando la neve compressa durante l’inverno. Cominciano ad aumentare le donazioni; i letti disponibili diventano otto. Degni di lode i testamenti dei sacerdoti Teodoro Grasso che dona la propria abitazione in cambio di una messa settimanale a suffragio delle anime di coloro che moriranno nell’ospedale; Del canonico Pietro Girolamo Bassi che nel 1705 lega all’ospedale lire 500 imperiali di Milano alle condizioni che il frutto di quel capitale venga impiegato per mantenere accese due lampade nelle due infermerie durante le notti invernali. Lodevole anche il testamento di Lanfranco Carcaprina il quale nel 1739 lasciò la somma di lire 7295 per garantire ai convalescenti otto giorni di buona alimentazione con mezza libbra di vitello, mezzo boccale di vino, un tirino di pane e una abbondante minestra. Avanziamo di un secolo e l’ospedale, che è diventato di San Giacomo e San Carlo, ha 12 letti, suddivisi fra i due sessi. Unico infermiere certo Guglielmino, coadiuvato dalla moglie, entrambi che oltrepassano i sessant’anni. Un posto letto è riservato ad Alzano, conseguenza di un forte lascito da parte di Gaspare Maggi. Dall’epoca napoleonica, l’ospedale di San Giacomo e Filippo (chissà perché non più San Carlo) ritira e alleva i bambini esposti. Nel 1826 viene costituito un Consiglio di Amministrazione formato da tre persone di diritto (parroco, giudice e sindaco) e da tre elettivi. In tale data il reddito è di lire 1500. Vediamo il bilancio del 1837: entrate 1648 lire, mantenimento malati 1035, medicinali 65, stipendio ospitaliere e moglie 86, flebotomo 22, acquisto legna 108. Il 28 gennaio 1850 muore a Molino il dottor Eliseo Balduzzi e il 19 settembre scompare a Castelnuovo il fratello, sacerdote Don Giuseppe Balduzzi. Entrambi, nelle disposizioni testamentarie, lasciano tutto il loro patrimonio (630.000 lire) a favore dei poveri di Castelnuovo e di Molino, con l’obbligo di erigere un nuovo ospedale da intitolarsi a loro nome. Naturalmente i nipoti impugnano i testamenti e prende il via una lunga e dispendiosa lite che si concluderà con l’erogazione ai nipoti di 116.000 lire. Gli amministratori dell’ospedale decidono di cedere il vecchio edificio. Viene acquistato il convento di San Francesco. Ancora un paio d’anni e il 1 gennaio 1868 cessa l’esistenza dell’ospedale di San Giacomo e nasce l’opera Pia Balduzzi. Nel 1889 parte dell’imponente e monumentale edificio viene destinato a ricovero di mendicità per dare rifugio agli anziani poveri e soli. Contribuiscono a rendere operativo il ricovero molti lasciti.  In merito a questo edificio pare opportuno riassumere un giudizio espresso nel 1946 dall’ingegner Innocenzo Rigoni: già sul finire del 1800 i benefici dell’opera Pia Balduzzi vennero dimostrarsi quasi subito difficili da realizzarsi secondo le intenzioni dei fondatori, per un motivo costituente il suo peggior difetto: la troppo vasta estensione e il volume enorme dell’ospedale, superiore alle effettive necessità sanitarie della popolazione da beneficiare, a causa di spese imponenti per riscaldamento, illuminazione e manutenzione, e assolutamente inadatto ad un razionale sfruttamento degli interni. Evidentemente i progettisti, oltre a voler seguire i criteri di estetica e di tecniche edilizia ospedaliera della loro epoca, tronfi-ricchi-maestosi intendevano provvedere ad ammassamenti repentini di malati a centinaia, come era accaduto nei secoli antecedenti con l’imperversare delle grandi epidemie di peste, di vaiolo e di colera. L’ospedale, grande per almeno 300 letti, non ebbe mai a ricoverare più di una cinquantina di malati e un’ottantina di anziani. Col trascorrere del tempo il sontuoso edificio, male e poco utilizzato, intristi a poco poco, fino a rasentare lo sfacelo. Considerate le difficoltà di gestione di questo monumentale edificio, nel 1934 il podestà Scacchieri tenta un’operazione assai astuta. La SIAT, fabbrica del tabacco, cerca una sede a Castelnuovo. Scacchieri fa una proposta: vendere alla SIAT l’ospedale a 275.000 lire, acquistare un’area ed edificare un nuovo ospedale per una spesa complessiva di 400.000 lire, tramite anche all’impegno di un’ulteriore donazione di lire 125.000. L’opera pia Balduzzi con i suoi spazi immensi e le volte altissime, si presta bene per la lavorazione del tabacco e non potrà mai essere funzionale a un luogo di cura. Con la differenza di 125.000 lire si potrebbe costruire un edificio a tre piani, con camere a due letti e relativo bagno tutte esposte a sud e immerse nel verde. L’idea piace ai Castelnovesi . Duramente contraria la componente molinese. Prevalgono i molinesi che hanno facoltà di veto e il progetto viene bocciato. Le vicende dell’ultima guerra influiscono negativamente sulla funzionalità dell’opera pia: i cespiti di entrata, dopo gli ultimi forti contributi derivanti dalla “missione stringa” fra i Castelnovesi emigrati in Argentina, diventano irrisori; poche le offerte in natura; il fabbricato, pur sempre maestoso con i suoi cancelli e colonnati, sembra destinato a progressiva rovina. Negli anni 50 vengono avviati i lavori di restauro e si decide di utilizzare meglio l’immenso spazio unico mediante la suddivisione in due piani. Da allora è un succedersi di interventi che però non riescono a creare una situazione definitiva soddisfacente. L’ospedale diviene dapprima una dipendenza della clinica del lavoro di Pavia e poi, all’inizio degli anni 80, viene definitivamente chiuso e trasformato in poliambulatorio. I ricoverati dell’ospedale nel 1878 fra i tanti documenti dell’archivio comunale relativi all’opera Pia Balduzzi, alla voce numero 415 vi è un librone con la scritta registro dei ricoverati ed usciti dall’ospedale dal 1 luglio 1868. È un elenco accurato che giunge fino al 1908. Riporta i nominativi, paternità e maternità, eventuale coniuge, luogo di nascita e di residenza, età, numero del letto, malattia, data di ingresso e di uscita (o di morte), giorni di degenza. Vengono ricoverati ogni anno da un minimo di 120 a un massimo di 190 persone con una media sui 150. La degenza è gratuita per gli abitanti di Castelnuovo, Alzano e Mulino;  a pagamento per gli altri. La degenza media varia dai 30 ai 35 giorni con punte di un anno per casi particolari: mentecatti o accattoni malati e senza alcun parente; vecchi affetti da turbe senili; affetti da lesioni cerebrali; giovani che hanno subito gravi incidenti. Quindi 150 persone per 35 giorni ciascuna fa 5075 presenze, che, divise per 365 giorni, da una presenza giornaliera media di 15 ricoverati. Ci pare interessante riprendere alcuni passi della relazione Rigoni del 1939 per capire com’era in origine questo gigantesco edificio. Il fabbricato dell’opera Pia Balduzzi è tipico esempio degli ospedali come venivano concepiti fino alla prima metà del 1800 e ne ripete i molti difetti e i pochissimi pregi. L’intendimento estetico è prevalso su ogni concetto pratico, l’ospedale è stato concepito come massa statica anziché come organismo funzionante. Enorme è la mole dell’edificio; esso copre un’area di 1567 m² e ha un volume di 25.000 m³ pur essendo quasi privo di servizi, gabinetti, sale operatorie, locali di smistamento e disinfezione, abitazioni per il personale di custodia. L’ospedale propriamente detto occupa un quarto dell’edificio, un altro quarto è occupato dal ricovero di mendicità e dagli alloggi delle suore e del cappellano. Il rimanente è quasi interamente inutilizzabile. Le estremità delle due ali sono composte da un piano rialzato, da un ammezzato ed altri piani. La parte centrale consta di due soli piani. L’ingresso, l’atrio e lo scalone principale trovansi nell’angolo formato dalle due ali. Due sole primitive latrine esterne servono tutto il piano rialzato. Due scale secondarie servono le due testate. Nell’angolo sud-ovest, sopra l’altro di ingresso, trovasi la cappella per i servizi religiosi. Mancano bagni e docce… I pavimenti sono tutti in vecchie e logore tavelle di terracotta. La tinteggiatura delle volte e delle pareti è ancora quella originale del 1868. L’archivio comunale è ricco di notizie relative all’ospedale. Sotto la voce Ospedale-congregazione carità-ECA vi sono 189 fascicoli per un totale di 9 metri lineari. I documenti prendono il via dal 1681 e giungono sino al 1976. Vi sono molte annate con l’elenco dettagliato dei ricoverati, età, malattia, giorni di entrate di uscita, eventuale morte. Due intere scaffalature con 441 voci e 14 metri lineari di documenti, attestano la vita dell’opera Pia Balduzzi a partire dal 1853. La questione eredità fratelli Balduzzi occupa 10 cartelle. Dai numeri 51 al 94 c’è tutta la documentazione delle liti con gli eredi. Dal 110 al 199 le ricerche dettagliate per capire, nel caos degli infiniti e un po’ oscuri affari dei Balduzzi, a quanto ammontava l’eredità. Dal faldone 200 al 236 tutta la serie di legati, oblazioni, eredità e lasciti dall’inizio 1800 all’anno 1960. Insomma c’è materiale per almeno un paio di tesi di laurea. Chissà che in futuro qualcuno……

 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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