LUCCA Lebbrosario San Lazzaro - Ospedali d'Italia

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LUCCA Lebbrosario San Lazzaro

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Il contenuto della scheda proviene integralmente dal sito dell’Università di Pisa al link:    https://www.paleopatologia.it/il-lebbrosario-di-san-lazzaro-a-lucca/
Il lavoro è di Roberta Antonelli - Istituto Storico Lucchese - Sezione di Storia della Tanatologia

Nel 1232 il canonico lucchese Benedetto donò a Graziano detto Barbavecchia, suo fratello, e al di lui figlio due campi: uno, con una casa solariata, in località Cerbaiola e il secondo, con alberi e viti, che si estendeva ben oltre la nuova casa dei lebbrosi in Coda di Prato, fuori delle mura lucchesi.
Questa, per quanto ci risulta, è la prima notizia relativa all'esistenza di questo luogo di rifugio riservato ai malati di lebbra, secondo, in ordine cronologico, a quello di Flesso, oggi Montuolo, di cui si sa che fu distrutto da una piena del Serchio nel 1158 e a quello di Ruota di cui se ne conosce l'esistenza fin dal 1187.
La "mansione" poté contare sulle rendite che gli derivarono da donazioni e lasciti testamentari che andarono aumentando tanto da raggiungere un numero considerevole di beni che venivano concessi a livello in cambio di rendite annuali e anche di denaro che si sommavano al versamento effettuato dai malati che, entrando nello spedale, dovevano pagare la "dote". Quando erano troppo poveri per pagare ricevevano egualmente, come si legge in diversi documenti, vino, olio e altri generi dal rettore stesso al quale rilasciavano una ricevuta di quanto era stato loro concesso.
Per avere un'idea del numero di coloro che consegnavano prodotti a San Lazzaro ricordiamo che nel 1506 i renditori erano 45 per un'entrata di 380 staia di grano; nel 1507 l'entrata fu di poco superiore pari a 386 staia di grano; ci fu un leggero calo nel 1510 con l'ingresso di 380 staia di grano provenienti da 38 renditori.
Quindi l'economia della struttura si basava sulle rendite provenienti dai beni avuti da persone che testavano in favore dell'ospedale ridati poi ad altre che le lavoravano migliorandole e anche costruendovi case.
La concessione dei beni è registrata negli atti notarili conservati nell'Archivio di Stato in Lucca.
C'erano anche le persone che lasciavano allo spedale beni di uso quotidiano come Simona, figlia di Manfredo di Genova e moglie di Guglielmo di Piacenza che, ancora vivente, decise di donare ogni suo bene al San Lazzaro; nell'elenco compaiono i panni, le lenzuola, la madia, lo staccio, una cassa, dei contenitori per i liquidi, una padella, un mortaio e le altre suppellettili di cui era solita fare uso.
Della struttura del complesso non abbiamo trovato descrizioni fino al secolo XVI durante il quale furono compilati diversi terrilogi, però abbiamo notizie di interventi precedenti.
Nel 1380 Martino q. Chelis, "magister legnaminis et murator" stipulò una convenzione con il presbitero Pellegrino Alexii, allora rettore dello spedale, per edificare metà di una casa adiacente all'altra metà già fatta edificare dallo stesso rettore nel chiostro di San Lazzaro.  A questo primo ampliamento seguì una ristrutturazione nel 1422.
Nonostante lo spedale fosse adibito a ricovero per i lebbrosi non impedì l'assalto dei fiorentini che erano in guerra.  Al termine delle lotte le strutture dovettero essere risistemate a causa dei gravi danni subiti.
Nel 1548 il complesso  era costituito da una corte con la chiesa di San Lazzaro e le case per i poveri con cortile murato e una casa separata per il rettore e altri con più stanze, con pozzo e orto. Nella stessa corte c'erano due case.
Sei anni più tardi fu redatto un Martilogio che mostra una estensione maggiore che presumiamo sia dovuta all'attenzione dell'agrimensore più che ad un ampliamento effettuato in quel periodo visto che nel 1550 esso fu unito allo Spedale di San Luca. Comunque l'agrimensore annotò un terreno, parte campo e parte orto e parte prato, sopra il quale si trova la chiesa di San Lazzaro con più muraglie appresso e molte stanze che costituiscono lo spedale per uso dei poveri di detto luogo e con alcune altre case che solitamente vengono allogate "ovvero tenersi per i cercatori di detto spedale", con cortile sive piazza, con pozzi, forni e altre pertinenze "il quale giace come nel soprascritto disegno dimostra". Il tutto confinava con le due case che comparivano nel precedente terrilogio. Oltre alle dette strutture c'era anche il castro, ambiente riservato ai maiali o comunque ad altri animali domestici, come è indicato da un documento del 1451 nel quale è citata una casa murata e solariata confinante con il castro e il muro dello spedale di San Lazzaro.
Altre notizie sulla struttura edilizia del complesso le possiamo ricavare dalle visite pastorali che il vescovo compiva periodicamente alla chiesa e allo spedale. Così, da quella effettuata il 14 gennaio del 1630 si conosce che c'era una scala esterna che immetteva nella stanza grande al piano superiore che, in quel momento era piena di paglia che doveva essere tolta in modo che il rettore ne potesse fare uso.
Lo spedale era stato edificato vicino al ponte denominato Leo Buzi, dal nome di chi, probabilmente, lo aveva fatto costruire e di cui si ha notizia dal 1071 quando Rustico q. Bonii della canonica di San Martino offri due pezzi di terra presso il ponte di Leo Buzi.
A capo dello spedale c'era un rettore, in qualche carta è definito governatore, a cui erano demandate tutte le responsabilità, tranne quelle relative alle liti e alle eventuali discussioni con le autorità o con i privati per le quali il rettore stesso nominava un procuratore che, probabilmente, aveva il compito di tenere almeno una parte dell'amministrazione visto che nel 1452 questa figura è detta anche economo e governatore.
Comunque spettavano al rettore le decisioni importanti e per le quali doveva rendere conto soltanto al vescovo dinanzi al quale era chiamato a giustificare il suo operato in caso di qualche disordine.
Nel 1365, in una lettera che Maghinardo Orsucci con il figlio consegnò a Pantaleone Ruffini di Pistoia rettore dello spedale, il vescovo chiese spiegazioni intorno al suo comportamento nei confronti degli ammalati di San Lazzaro degli infetti. Il prelato redarguì il rettore ricordandogli che pur locando i beni e riscuotendo le rendite dello spedale, con grande scandalo, si era permesso non solo di non alimentare i malati che vi erano ricoverati, ma di averli addirittura cacciati via contro ogni senso umanitario. Il vescovo ordinò al rettore che accogliesse i malati dando quanto spettava loro entro sei giorni.
All'interno operavano dei conversi che avevano diritto al vitto e al vestiario come si deduce dalla lite sorta nel 1330 fra loro, rappresentati da un procuratore, e il rettore difeso dal suo. Infatti il rettore non aveva provveduto al vestiario e agli alimenti a cui i conversi avevano diritto suscitando una reazione piuttosto veemente. Per evitare scandali i due procuratori fecero in modo che i conversi avessero ciò di cui avevano bisogno e, inoltre, stabilirono che il rettore, entro un anno, pagasse quei debiti con il comune di Lucca che, secondo lui, erano la causa del mancato sostentamento dei conversi.
Oltre queste figure c'era almeno un "cercatore de' poveri" che si presume avesse il compito di andare in giro a fare la questua.
Il rettore accoglieva i malati dietro il pagamento di una dote e in cambio dava loro uno staio di grano, ma aveva facoltà di accettarli anche senza e, in questo caso, ne elargiva soltanto mezzo staio e un "animale grasso per carnevale.
Ancora nel 1610, quando il San Lazzaro era già unito al San Luca da più di mezzo secolo, si ritrova questa regola che quindi doveva essere una consuetudine visto che il luogo accoglieva anche i poveri. Comunque nella cancelleria dello spedale di San Luca, nel 1610 appunto, c'era una "tavola" nella quale si leggeva che lo spedale di San Lazzaro e la chiesa erano stati uniti il 22 febbraio 1550 con l'obbligo della spedalità e con alcuni letti per "li poveri aggravati dal male di S. Lazzaro dovendosi da essi pagare per elemosina scudi 10 al detto spedale, essendo però sempre in arbitrio dei padri rettori di riceverli gratis". E venticinque anni dopo, il vescovo precisò che avrebbero dovuto avere la stessa elemosina ogni mese come avessero pagato anche tutti coloro che non avevano versato la quota.
Agli obblighi della struttura "sanitaria" si aggiungevano quelli più specificatamente riferiti alla chiesa nella quale doveva essere celebrata una messa in ogni giorno festivo.
Anche dopo la sua annessione al S. Luca, quello che era stato il lebbrosario continuò ad accogliere i poveri e gli ammalati; nel 1583 la sua cura era esercitata dai frati di San Cerbone dell'ordine di Francesco con il salario di 30 staia di grano l'anno con l'obbligo di celebrare le funzioni religiose e di curare spiritualmente i poveri del detto spedale.
I malati di lebbra che non erano "ospedalizzati" non avevano scampo perché nessuno li voleva intorno e erano costretti a vagare suonando la campanella e chiedendo misericordia, dichiarando ad alta voce la loro condizione. Questa situazione si nota in un atto del 1319 che descrive il disagio dei lebbrosi cacciati a causa dei "tiranni lucchesi".
Per potersi assicurare un posto in San Lazzaro era necessario pagare una dote.
Abbiamo anche visto che gli infermi avevano diritto a certi prodotti che il rettore consegnava loro sia che pagassero, sia che non potessero versare la quota prevista.
All'interno di San Lazzaro, i malati, trovavano sicuramente un ambiente più umano, più tranquillo e più sicuro.  Dormivano in un letto con materasso e lenzuola come dimostra il verbale steso in occasione della visita pastorale del 1575 nel quale si legge, fra l'altro, che il rettore doveva fornire ogni letto di almeno quattro lenzuola e un materasso.
Ad accudire i lebbrosi c'erano due "massare", una per i maschi e l'altra per le femmine che ricevevano uno staio di grano più un altro mezzo in occasione del natale, del carnevale, della pasqua e della pentecoste.
Il nome e la condizione dei malati era registrata, almeno questo è quanto risulta nel 1542 e 1544.
Non sappiamo con certezza dove venivano seppelliti i malati che morivano nel lazzaretto, ma sembra che per un certo periodo la loro tomba fosse sotto il pavimento dello spedale come parrebbe di capire dal verbale dalla visita pastorale de 1575 nel quale è scritto che no "frangantur" il pavimento per seppellire i morti. Probabilmente poi furono interrati, ma al momento non abbiamo notizie.
Nel 1745 lo spedale di San Lazzaro fu adibito a centro di accoglienza per i soldati spagnoli ammalati che, provenienti da San Pellegrino in Alpe, si sparsero per il territorio lucchese alla volta di Genova.



 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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