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MILANO Clinica Ostetrica Ginecologica Mangiagalli

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Il sito di “ https://www.academia.edu/ " ricco di lavori di livello scientifico-universitario riporta numerosi lavori sugli ospedali . Ho trovato interessante quello riportato in scheda anche se ridotto nel contento ed è per questo che Vi invito a consultarlo integralmente.

Paola Zocchi, Il regno di Luigi Mangiagalli: l’Istituto ostetrico-ginecologico, in Milano scientifica 1875-1924, a cura di E. Canadelli e P. Zocchi, vol. 2, La rete del perfezionamento medico, a cura di P. Zocchi, Milano, Sironi, 2008, pp. 43-63.


https://www.academia.edu/6091420/Milano_scientifica_1875_1924_vol_2_La_rete_del_perfezionamento_medico


Fu nel 1906 che Luigi Mangiagalli (1850-1928), medico ostetrico, ebbe la soddisfazione di veder realizzato il suo progetto di un grande istituto ostetrico-ginecologico che potesse sostenere il confronto con le grandi cliniche d’oltralpe.
Già da tempo si discuteva della necessità di trovare una nuova sede per il vecchio e ormai inadeguato ospizio di Santa Caterina alla ruota. Dopo varie trattative invano intraprese con il Comune di Milano, il 1° ottobre 1902 il Consiglio provinciale aveva ordinato la chiusura della Maternità e dell’annessa Scuola di ostetricia, imponendo un’accelerazione alle decisioni del Comune, che si era trovato costretto a deliberare la costruzione di un nuovo edificio.
L’amministrazione municipale stava del resto decidendo proprio in quel periodo come utilizzare il lascito del benefattore Siro Valerio, che aveva espressamente auspicato la costituzione di una facoltà medica universitaria a Milano. Grazie a questi fondi fu quindi possibile, il 16 giugno 1904, stipulare una convenzione tra Comune, Ospedale Maggiore e Provincia, con il concorso dello Stato, grazie alla quale si stabiliva la creazione e il mantenimento degli ICP, i cui docenti venivano parificati ai professori universitari.
La costruzione del nuovo istituto fu iniziata nel marzo 1904 su precise indicazioni fornite da Mangiagalli agli ingegneri dell’Ufficio tecnico municipale.
In poco più di due anni l’Istituto ostetrico-ginecologico fu pronto e poté essere inaugurato il 25 settembre 1906, in occasione del XII Congresso della Società italiana di ostetricia e ginecologia .
Il regolamento interno imponeva precise e severe misure volte a scongiurare il pericolo delle infezioni puerperali, veri e propri flagelli epidemici dell’ostetricia ottocentesca: nonostante infatti da qualche decennio si fossero ormai diffusi i prodotti antisettici e disinfettanti, l’articolo 38 prevedeva che i medici incaricati delle sezioni anatomiche «per tre giorni consecutivi all’eseguita autopsia [dovessero] astenersi dall’esplorare gravide, partorienti, puerpere e dall’assistere ad operazioni».
Lo stesso valeva per i medici che – in base a turni trimestrali o semestrali – erano destinati al padiglione d’isolamento, i quali nel periodo di turno non potevano assistere «alle operazioni asettiche». La levatrice maestra, infine, aveva il «dovere rigorosissimo» di assicurarsi che le mani delle allieve fossero «accuratamente disinfettate» e doveva permettere loro solo «le esplorazioni assolutamente necessarie»
Attrezzature d’avanguardia arredavano le sale operatorie, nuovi e originali impianti di sterilizzazione, riscaldamento e illuminazione assicuravano alla clinica le migliori condizioni di funzionamento per l’epoca, mentre laboratori e stabulari modernissimi consentivano la ricerca.
Nato in un’epoca in cui non esisteva ancora l’assistenza sanitaria garantita a tutti i cittadini, l’Istituto ostetrico-ginecologico era destinato principalmente alle donne povere e sole, ma era dotato anche di due sezioni a pagamento.
Durante la prima guerra mondiale l’Istituto di via Commenda fu adibito ad ospedale militare territoriale e dovette diminuire drasticamente la sua attività e il numero dei ricoveri.
Nel 1924, in base alla convenzione tra la neonata Università milanese e gli ICP, l’istituto aprì le porte anche ai corsi universitari, divenendo Clinica ostetrica e ginecologica universitaria. Ma l’astro di Mangiagalli era ormai sulla via del tramonto e poté mantenere la direzione solo per un anno ancora, fino alla fine del 1925, quando dovette lasciare l’insegnamento per raggiunti limiti di età. I suoi colleghi vollero allora intitolare la clinica al suo nome.
Negli anni tra le due guerre vi fu  non solo una vera proliferazione di servizi assistenziali pubblici per le famiglie, ma anche una spinta notevole alla professionalizzazione della pediatria, dell’ostetricia e della ginecologia.
L’Opera nazionale maternità e infanzia (ONMI), fondata nel dicembre 1925 e riorganizzata nel 1933 aveva del resto contribuito a portare all’attenzione collettiva la necessità di tutelare la maternità “in funzione del divenire della stirpe”.
A Milano ci si avviava verso una sempre più frequente ospedalizzazione del parto.
Le mutate abitudini rendevano però la Clinica milanese, dopo più di vent’anni, sempre meno adeguata alle esigenze del servizio. Il problema principale continuava ad essere l’affollamento nonostante i letti fossero stati portati “con ripieghi ed artifici” a 250.
Anche le attrezzature e gli impianti, un tempo all’avanguardia, erano ormai invecchiati e non si adattavano più alle nuove scoperte della scienza e della tecnica. Si resero dunque necessari un ampliamento dei fabbricati e una revisione complessiva di tutti i servizi e di tutta l’impiantistica, realizzati tra il 1931 e il 1936
I letti furono aumentati a 400 e fu attrezzato il nuovo reparto speciale per le gestanti tubercolose, già inaugurato nel 1929, che consentì a molte donne di portare a termine le loro gravidanze a rischio..
In 30 anni di vita della “Mangiagalli”, anche l’attività didattica era stata imponente: quasi 3000 allieve levatrici avevano seguito i corsi e 2081 di loro si erano diplomate; 926 medici ginecologi si erano perfezionati in questo periodo e a partire dalla fondazione dell’Università nel 1924, a loro si erano aggiunti 790 giovani laureandi, molti dei quali avevano redatto la tesi utilizzando il materiale clinico dell’istituto stesso.
I bombardamenti della seconda guerra mondiale diedero però un duro colpo all’attività dell’istituto, gravemente colpito nella notte del 15 agosto 1943: i ricoveri sotterranei in cui erano stati trasferiti medici e pazienti salvarono le vite umane, ma le bombe dirompenti e gli spezzoni incendiari ridussero in pochi istanti la clinica a un cumulo di rovine. Nell’arco di dodici ore tutta l’attività fu trasferita a Binasco, dove fu requisita e sgomberata in tempo record la scuola del paese. Solo sul finire del 1944 l’edificio fu ripristinato e poté tornare a funzionare, pur con notevoli disagi.
Gli anni 1951-1952 videro nuove opere di manutenzione e ammodernamento della clinica, con la costruzione di stanze più piccole e meno affollate per le degenti, di un impianto centrale per l’erogazione dell’ossigeno, di un nuovo blocco operatorio, di sale parto distinte e separate, di un apparecchio al protossido d’azoto per il parto indolore, di un reparto per i neonati immaturi più ampio e attrezzato.



 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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