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Teramo Ospedale Civile Giuseppe Mazzini

Ospedali Sud > Regione Abruzzo > Teramo e provincia

Il contenuto della scheda proviene integralmente dal testo: Congregazione di Carità di Teramo - Antonio Merlini - L'Ospedale Civile dalle sue origini fino ad oggi - 1323-1931 - edizione della CET Cooperativa Ed. Tipografica

L'Ospedale Civile di Teramo ha origini antichissime che risalgono al secolo XIV e fors'anche ad epoca anteriore.
Una lapide di marmo murata contro una parete dell'atrio d'ingresso al Manicomio, ne riporta infatti la data di fondazione al 26 febbraio 1323.
NEL XXVIII FEBBRAIO MCCCXXIII BARTOLOMEO ZALFONI Dl TERAMO FONDÒ QUEST'OSPEDALE

Trattasi di quel Bartolomeo Zalfoni, al quale fu diretta la Bolla del  Vescovo Arcioni, e che fu il primo ospitalario dell'Ospedale di S. Antonio Abate di Teramo.
Il testo latino di essa è riportato per intero nella storia di Teramo del Can. Nicola Palma, che inizia il Capitolo XX XIX del secondo libro proprio con le seguenti parole: Piacevoli, anzi che no, sono le cose che abbiamo a racchiudere nel presente capitolo, e principalmente la fondazione dell'Ospedale di Teramo, della quale ci piace riportare il privilegio. Segue quindi il testo latino della bolla episcopale, che si deve ritenere il principale e più antico documento di carattere ufficiale pervenuto fino a noi, che si riferisce all'istituzione dell'Ospedale Civile di Teramo. Questo privilegio, fu concesso dal Vescovo Niccolò degli Arcioni, romano, che resse la sede episcopale di Teramo dal 1317 al 1355 e fu Pastore zelantissimo e Principe munifico. Il documento fu redatto dal pubblico e regio Notaro Lorenzo di Nicola Angelo, romano, che vi appose il proprio sigillo notarile in data del 26 febbraio 1323.
Usufruendo di alcune sue case in Teramo, coll'aiuto dei lasciti e delle oblazioni dei fedeli e soprattutto dei beni lasciati al pio luogo dalla generosità del più cospicuo benefattore, il defunto canonico aprutino Valentino, lo Zalfoni aveva costruito un novello edificio per l'Ospedale e a questo fu dato il nome di S. Antonio Abate.
Esso doveva servire per ricovero di malati e di poveri, acciocchè potessero al presente e in avvenire servire il Signore e pregarlo con maggiore devozione e tranquillità per i benefattori e per la redenzione dei loro peccati.
Con umile e pacifica petizione aveva chiesto lo Zalfoni che l'Ospedale fosse esentato da ogni podestà e da qualunque giurisdizione temporale e spirituale del Vescovo per le case e per i beni mobili e immobili presenti e futuri.
E l'Arcioni, col consenso del suo Capitolo, concesse di buon grado la richiesta esenzione e riserbò soltanto per sè e per i suoi successori e per il Capitolo, a titolo di censo, l' annua prestazione di un pranzo da offrirsi il giorno di S. Antonio Abate (17 gennaio). Il pranzo doveva consistere in dieci rotoli (o libbre) di carne (porcina) e in una pizza o focaccia per ciascun canonico. Inoltre ai canonici spettava il diritto di scelta e di nomina dell'ospitalario; ma questo, in caso di trascuratezza o di negligenza del Capitolo, poteva essere nominato direttamente dal Vescovo. Invece la nomina del Cappellano non poteva essere fatta dal Capitolo se non dietro designazione dell'Ospitalario e col suo consentimento. Al Cappellano fu assegnata la modesta retribuzione annua di libras decem usualis monete. Le due cariche, di Cappellano e di Ospitalario, dovevano rimanere sempre fra loro distinte; non potevano perciò essere ricoperte dalla stessa persona.
All' Ospedale, onde favorirne la vita e lo sviluppo, il Vescovo concesse la esenzione da ogni legge diocesana e volle che gli fossero destinati tutti i beni e tutte le proprietà presenti e future che per qualunque titolo fossero pervenuti alla sua sede e alla sua chiesa. L' Amministrazione dei beni temporali e spirituali, sempre secondo il privilegio arcioniano, era riservata all'Ospitalario.
Ma pare che in seguito il Governo dell'Ospedale fosse passato alle dipendenze del Capitolo Aprutino che vi delegava all' uopo due canonici, come risulta dal testo di una Visita Pastorale del 1583.
Questo stato di cose, pur con qualche contrasto e nonostante alcuni tentativi di ingerenze estranee, si mantenne per oltre cinque secoli fino al 1834, allorchè l'Amministrazione dell' Ospedale Civile di Teramo e quella del nuovo Ospedale distrettuale di Penne, passarono alla Commissione di Beneficenza istituita dal Governo borbonico.  
Altri Ospedali però esistevano a Teramo a quei tempi ed in tempi anteriori. Un antico testamento (conservato nell' archivio comunale di Teramo), avente la data del 26 giugno 1277, riporta che un tale Venuta del fu Nicola Paganelli, da Teramo, legava dei lasciti alle Chiese, agli Ospedali e luoghi poveri; esisteva nel 1316 un Ospedale detto di S. Spirito, come dipendenza del grande Ospedale omonimo di Roma, e ancora l'Ospedale di S. Matteo.
Altri Ospedali dunque esistevano in Teramo prima o nello stesso tempo del nostro, ma questo si può dire che abbia effettivamente cominciato a funzionare come tale, con una regolare amministrazione, dopo  la concessione della Bolla arcioniana. Col volgere dei secoli l'ospedale  di S. Antonio Abate vide moltiplicare le sue rendite per le oblazioni e i lasciti di molti benefattori, accrebbe i locali, migliorò e rinnovò le suppellettili e l'arredamento, allargò la sua benefica sfera d' azione.
Oggi più nulla rimane del primitivo modesto edificio zalfoniano,  e  l'Ospedale, se pur deve ritenersi inadeguato alle esigenze moderne e alla più vasta attività assistenziale, non può, neanche lontanamente paragonarsi con quello che era nel secolo XVI l'umile Ospizio, allogato in poche stanze miseramente mobiliate, così da essere più  un ricovero di vecchi e di mendicanti piuttosto che un vero e proprio ospedale.
Il Vescovo Ricci si recò a visitarlo nel 1583, con i canonici assistenti, e di questa Visita Pastorale fu redatta una relazione conservata nell'Archivio del Vescovato di Teramo che ci dà un’idea abbastanza esatta delle povere condizioni dell’Ospedale nel secolo XVI.
L' edificio di questo era situato allora di fronte alla Chiesa,  dall' altro lato della strada pubblica che conduce ad una delle porte della città. (Porta Melatina).
L' ingresso era chiuso da un robusto portone di legno. Si entrava in un androne lungo diciannove passi e mezzo e largo coperto a volta e con pavimento a mattoni; ai lati del quale si aprivano due porte. La porta a destra immetteva in una stanza a pianterreno, pure coperta a volta e adibita a magazzeno dell'Ospedale dove ci sono alcune manne di lino, sale, spella e conciatura d'orgio.
Da questa prima stanza si passava in una seconda più piccola, coperta a volta come l'altra, con le pareti grezze e con una piccola finestra munita d'inferriata. Essa serviva un tempo per cantina, allora invece era adibita come camera d'alloggio dell'ospitalario.
Il Vescovo trovò che la prima stanza difettava di luce per l'angustia della finestra e che era molto umida, perciò dispose per l'allargamento della finestra e per l'apertura di una nuova finestra verso la strada pubblica e di una terza nella parete volta a mezzogiorno. Così pure ordinò che si allargasse la finestruccia della camera dell'ospitalario, fornendola di una inferriata più grande.
A sinistra dell'androne si apriva una stanza con camino, che prendeva luce da una bassa finestra difesa da una inferriata e aperta sulla strada. Da questa si passava in un’altra stanza con pavimento di mattoni, coperta dal tetto e non dalla volta e anche essa munita di una finestra con inferriata.
Anche qui il Vescovo propose e ordinò modificazioni e riparazioni: aprire una finestra più grande e più lunga, alla moderna, con inferriata pure alla moderna e aggiustare  lo camino dove bisogna. Nella seconda stanza, quella coperta dal solo tetto, pare che ci piovesse e che difettasse di luce e di arredamento: anche qui fu disposto che si aprisse un'altra finestra alla moderna, e che per adesso si copra che non ci piova dentro et si provveda che vi siano letti almeno con le  sue coperte, sacconi, lenzola et materassi, che ogni letto abbia un pagliariccio, un materasso, duj coperte e duj para di lenzola per letto.
C'erano a pianterreno altre due stanze, e in una era scavata nel mezzo, sotto il pavimento, una grande fossa granaria, allora vuota.
Questa stanza serviva per cucina dell'ospitalario, mentre attraverso la seconda si passava in un piccolo cortile scoperto con un pozzo di acqua sorgente et buona, e quindi in un orto chiuso e cintato con un melograno, e una vite che fa pergola. Al piano superiore vi erano: una vasta sala lunga tredici passi e larga dieci e poi altre stanze adibite a dormitori per i ricoverati, a granaio, ecc. tutte con pavimento di mattoni, alcune a volte di cannucce, altre coperte dal solo tetto, ma tutte con poche e misere suppellettili. I cessi erano malamente sistemati in una stamberga posta all'estremità dell'edificio, sopra le mura di cinta della città e che si elevava su queste come un torrione.
A pianterreno, finalmente, vicino al pozzo, era costruito un piccolo fondaco adibito a magazzeno per l'olio, ma i visitatori non poterono entrarvi perché era chiuso né furono al momento ritrovate le chiavi.
Nell'anno 1582 l'incarico era tenuto da Syr Tommaso Cosmos e da Syr Giovanni Forti-Stambocco. Dopo l'interrogatorio dei ricoverati sul trattamento che veniva loro fatto in Ospedale, fu richiesto al Cosmos se conosceva quali entrate e quali beni mobili ed immobili possedesse il pio luogo. E il Cosmos spiegò che vi erano due fosse di grano, una piena di 2.5 some e l’altra non piena di 16 some, e che vi era dell'olio nella stanzetta chiusa a pianterreno.
Chiude la relazione l'inventario dei beni mobili dell'Ospedale. Arredamento scarso, misere suppellettili! . ... Quattro lettiere di legno, quattro pagliericci, poche coperte e alcune lenzuola, un tavolo, due botti da vino, cinque caldai di rame, gli arredi sacri per la Chiesa ed altri pochi oggetti di minor conto......
Per altri cinque secoli il governo dell’Ospedale restò nelle mani del Capitolo Aprutino che in diverse occasioni dovette difendere i suoi diritti contro tentativi di usurpamento delle autorità laiche, e perfino contro i Vicari vescovili.
Il Governo del Re Gioacchino Murat aveva, nel 1811, istituita una Commissione degli ospizi e di beneficenza, alla quale fu affidato il governo dell’Ospedale, mentre al Capitolo Aprutino fu conservato solo l'annuo censo stabilito dalla Bolla del vescovo Arcioni; senonchè, in luogo dei dieci rotoli di carne porcina e della focaccia di pane benedetto, veniva corrisposto un canone in denaro. Le cose non mutarono che di poco nel 1816, colla restaurazione del Governo borbonico, perchè l’Amministrazione dell'Ospedale, nominalmente in mano dei canonici, passò effettivamente alla dipendenza del Consiglio generale degli Ospizi.
Venne poi nel 1831 il decreto di Re Ferdinando II che stabiliva la creazione di due ospedali nell’Abruzzo e ne fissava  la dotazione.
La Congregazione, ispirandosi costantemente ai suoi alti fini di beneficenza e di pubblica assistenza, ha cercato di migliorare e di perfezionare sempre più l'ospedale e tutte le opere pie da essa dipendenti. E si deve riconoscere che, per virtù degli amministratori che nel corso degli anni si sono succeduti nell'alta carica, lo scopo è stato, se non completamente, almeno in gran parte raggiunto.
Il patrimonio stabile, che nel 1323 consisteva in poche case, terreni e vigne, si accrebbe nei secoli successivi, tanto che nel 1612 la sua rendita annua ammontava a 106 ducati  e sei carlini, e salì nel 1631, all' epoca della istituzione dei due ospedali distrettuali, a circa 60 mila lire.
Dal 1631 al 1662 l’Ospedale fu migliorato e ingrandito; si introdussero nell' ospedale le Figlie della Carità e se ne giovarono così notevolmente tutti i servizi interni e soprattutto quello di assistenza materiale e morale degli infermi. Si fondò il Manicomio, per il quale si dovettero ampliare gli edifici già esistenti e costruirne in seguito dei nuovi, onde far posto al crescente numero degli alienati.
Nel 1896 sorse sulla ridente spiaggia di Giulianova, l'Ospizio Marino per i bambini rachitici e scrofolosi.
I fini assistenziali dell'Ospedale Civile di Teramo si sono dunque nel corso dei secoli accresciuti e perfezionati.
Il compito caritatevole e benefico si estese col tempo anche all'assistenza degli illegittimi (Mantenere dieci proietti sei bastardi mascoli sino all'età di anni otto). Fu compilato all' uopo un Regolamento organico di 17 articoli dal Vescovo Aprutino Montesanto verso il 1604. L'ospedale doveva dare asilo ai pellegrini per tre giorni, come si usa anche oggi in qualche convento. Nella deliberazione, presa il 13 luglio 1736 dal Capitolo Aprutino per opporsi al tentativo di trasformare l'ospedale in un Collegio di Scolopj, si legge che l'ospedale aveva l'obbligo di  ricevere  caritativamente gli infermi poveri durante la loro infermità e di dar da dormire ai pellegrini per tre giorni ed ancora il vitto, essendo bisognosi e poveri.
Ma, col volgere degli anni, i compiti e le mansioni dell'ospedale si restrinsero più particolarmente alla cura dei malati poveri e di quelli abbienti, come fu stabilito nello Statuto organico del 1900, ed in tal modo ebbe ad avvantaggiarsi sensibilmente il servizio di assistenza agli infermi. I bambini illegittimi passarono al Brefotrofio, a carico dell'Amministrazione Provinciale, fu istituito l'Asilo di Mendicità per i poveri inabili al lavoro, fu abolita la consuetudine del triduano ricetto per i pellegrini.
Lo zelo disinteressato e la saggezza degli amministratori furono efficacemente coadiuvati e sorretti dall'opera altamente umanitaria e benefica dei sanitari dell'ospedale i quali ne accrebbero il lustro e la rinomanza; essi prestarono servizio per tanti anni nell’ospedale, distinguendosi per la loro capacità, affinata dallo studio e dal desiderio di perfezionarsi e di apprendere, per la loro abnegazione e per il raro disinteresse. Per molto tempo essi diedero la loro opera a titolo completamente gratuito, donando anzi all'ospedale ed ai poveri, la barella offerta in quanto i malati venivano trasportati a spalla dagli infermieri, il gabinetto di analisi, il gabinetto Radiologico acquistato per pubblica sottoscrizione.
Questi medici trovarono l'ospedale in condizioni assai misere, ma seppero anno per anno, pur con la scarsezza dei mezzi forniti dall'Amministrazione, migliorarne i locali ed i servizi, in modo che esso, sebbene posto sui vecchi fabbricati poco suscettibili di essere trasformati, potè mettersi in grado di rispondere alle moderne esigenze igieniche. Fu costruita ed attrezzata una sala operatoria, che, con lievi ritocchi, ha servito abbastanza bene, fu rinnovato l’arredamento chirurgico, e si accrebbe il movimento ospitaliero tanto che, nel periodo dal 1691 al 1904, gli infermi curati in ospedale ammontarono a 3427 e quelli ambulatoriamente a 4999. Nel quadriennio 1904-1906 si ebbero 1411 ricoverati e 2140 curati negli ambulatori.

IL NUOVO OSPEDALE VITTORIO EMANUELE III

La trasformazione del servizio sanitario dell'Ospedale Civile di Teramo portò alla nomina di due primari per i reparti distinti di medicina e di chirurgia.
Per ovviare all'angustia dei locali insufficienti a contenere il numero sempre più elevato degli infermi, l'Amministrazione nel 1924 allestì in parte ex novo, e in parte utilizzando e modificando i vecchi ambienti, quattro grandi corsie, due per il reparto medico e due per il reparto chirurgico.
Ma neanche cogli ultimi adattamenti e con la costruzione delle nuove corsie si era risolto il problema ospitaliero, per il quale occorreva una soluzione radicale che eliminasse gli inconvenienti ancora numerosi e le deficienze del servizio. Il reparto chirurgico, per es., ha dovuto funzionare ed ha funzionato in effetto, grande sacrificio del personale medico e degli infermieri, avendo a disposizione una sola stanza, che serve nello stesso tempo per gl' interventi settici, per il pronto soccorso, per le visite di ambulatorio e, in due giorni del mese, anche per lo specialista otorinolaringoiatra.
Oltre a questo ed altri inconvenienti restava poi quello gravissimo della promiscuità dei locali col Manicomio, il quale ha raggiunto e superato il numero di ottocento ricoverati. L'ospedale per dirla con una frase felice è a “bagnomaria nel Manicomio”!
Non potendo accingersi a costruire il nuovo Manicomio, l'Amministrazione della Congrega di Carità deliberò di costruire un nuovo Ospedale che volle intitolato alla Augusta Maestà del Re Vittorio Emanuele III, del quale ricorreva, in quell'anno, il 25 anniversario dell'assunzione al Trono.
Come area edificabile fu scelto ed acquistato un terreno della estensione di circa 10 mila metri quadrati, esposto a mezzogiorno, situato in amena e salubre posizione, quasi alle porte di Teramo. Con un secondo acquisto si completò questa prima area, risultata troppo angusta, aggiungendovi un altro appezzamento contiguo di circa 20 mila metri quadrati. L’area complessiva, colla sua pendenza naturale a mezzogiorno, si è prestata molto bene allo scopo. Il progetto ha disposto i due padiglioni Chirurgico e Medico e quello del Dispensario Antitubercolare distanziati fra loro in modo che uno non faccia ombra al secondo e questo al terzo e che tutti e tre possano sufficientemente usufruire di aria, di sole e di luce.
L'orientazione data a questi edifici è quella intermedia, di sud-sud-est  per la facciata principale con le infermerie comuni e di classe, e di nord-nord-ovest per la facciata secondaria dove prendono posto i locali accessori di servizio. Completeranno il piano dell'ospedale il padiglione dei Celtici, convenientemente distanziato ed appartato e con ingresso proprio, quello dell'Isolamento e quello della Maternità.

IL PADIGLIONE CHIRURGICO E DEI SERVIZI GENERALI

Il padiglione si estende su un fronte di 65 metri e consta di tre piani: seminterrato, piano rialzato e primo piano, più due sopraelevazioni laterali per gli alloggi del personale sanitario e delle Suore. Esso ha una capacità ordinaria di 36 letti, disposti con larghezza di spazio, che può essere portata agevolmente ad oltre 100 letti in caso di necessità. Nel piano seminterrato prendono posto il Gabinetto radiologico e l'Ambulatorio chirurgico col Pronto Soccorso.
Nel piano seminterrato, trovano posto anche le cucine e la dispensa viveri, la legnaia, la carbonaia, gli impianti centrali di riscaldamento a termosifone, il serbatoio di acqua potabile con relativo impianto di sollevamento, l'impianto per la produzione dell'acqua calda, i quadri di distribuzione dell'energia elettrica, l'alloggio delle infermiere, il deposito vestiario, due gabinetti di decenza, dei quali uno con bagno per i malati entranti, una camera di smistamento malati, l' ambulatorio per le specialità, il refettorio delle suore, una cappella provvisoria e finalmente il guardaroba e il magazzino della biancheria.
Al piano rialzato si succedono nell' ordine la portineria, con il centralino telefonico e il quadro di manovra dell'impianto elettrico d'illuminazione, lo studio dell' Aiuto, una camera per pensionanti di prima classe, una Corsia per pensionati di seconda classe con terrazza, una camera per isolamento e la stanzetta per la Suora del Reparto.
A sinistra dell'ingresso, sempre sulla facciata principale, si allineano  la saletta di aspetto, il gabinetto da visita e lo studio del Primario.  Quindi seguono: una corsia di seconda classe con terrazza, una camera per pensionati di prima classe ed una camera d'isolamento. Sulla facciata secondaria, volta a settentrione, sono state sistemate le stanze da bagno, le cucinette dei reparti con l'impianto del montavivande, i gabinetti di decenza con lavabi e orinatoi, la biblioteca e l'archivio, il laboratorio, lo scalone centrale con l' ascensore per le barelle, la sala di medicazione, la sala di operazioni settiche e le due scale di servizio.
Le due corsie principali, con 12 letti ciascuna, una per i malati asettici e l'altra per i settici, sono situate agli estremi del Padiglione; tutto il piano è riservato ai malati uomini, mentre le corsie per le donne e la maggior parte delle camere di prima classe sono state allogate al 1° piano.
Al primo piano le camere per i pensionati di prima classe, delle quali le tre centrali usufruiscono della luminosa terrazza posta sopra il portichetto d' ingresso.
A destra e a sinistra di questo reparto pensionanti, sono poste le due corsie di seconda classe, le camere di isolamento e quelle per la infermiera della camera operatoria e per la Suora di servizio. Anche in questo piano le corsie principali, con 12 letti ciascuna, una per le malate asettiche l'altra per le settiche, sono allogate agli estremi del fabbricato, mentre sulla facciata secondaria si trovano le cucinette dei reparti con l'impianto del montavivande, i gabinetti di decenza, i bagni per le corsie e per la prima classe, il reparto operatorio, le sale di medicazione, le scale di servizio e lo scalone centrale.
Il piano superiore è rappresentato dai due corpi laterali adibiti rispettivamente per alloggio delle suore e dei medici. Ad ognuno di questi alloggi è annesso un gabinetto con bagno, W. C. e lavabo.

IL REPARTO Dl RADIOLOGIA E Dl ELETTROTERAPIA

Il Reparto di Radiologia ed Elettroterapia è alloggiato in sei ambienti, al piano seminterrato, con ingresso esterno.
Subito dopo l'ingresso, a sinistra del corridoio, si allineano tre stanze: di cui la prima è la più vasta e serve come sala d'aspetto, la seconda come sala di terapia fisica e la terza, più piccola, come gabinetto fotografico per lo sviluppo delle pellicole.
La sala di Terapia fisica, divisa in tre piccoli reparti da cortinaggi di stoffa, è fornita dell'apparecchio diatermico, della lampada a Raggi Ultravioletti, della lampada Sollux per raggi infrarossi e di un apparecchio Pantelettrogeno per correnti elettriche galvanica e faradica e per endoscopia.
Nel gabinetto fotografico sono convenientemente sistemate le bacinelle verticali per lo sviluppo delle pellicole, la vasca per il lavaggio rapido di queste e un apparecchio per la riduzione su carta dei radiogrammi. Di fronte alla camera oscura sono collocati i tre ambienti per la Rôntgendiagnostica e per la Rônfgenterapia. La cameretta centrale è una specie di cabina dove sono installati i due trasformatori di alta tensione. I generatori sono separati da una vetrina, al di fuori della quale prendono posto i due tavoli di comando degli apparecchi stessi.
Una porta piombata e scorrevole su guida metallica, munita di un finestrino con vetro anti-x, chiude la saletta di terapia e permette all'operatore di tenere sotto il suo costante controllo il malato, durante la seduta, restando protetto dalle irradiazioni e potendo regolare il funzionamento dell'apparecchio.
Sia la camera dei trasformatori che quella di terapia sono state provviste di due potenti aspiratori Marelli per allontanare dall'ambiente i gas nocivi che si sviluppano durante il funzionamento degli apparecchi.
Il sesto locale è adibito a studio del radiologo e contiene l'archivio radiografico, il quale come per legge, è provvisto di un armadio metallico per le pellicole, onde evitare pericoli d'incendio dovuti ad un eventuale combustione spontanea della celluloide. Un grave incendio sviluppatosi per questa causa in America, nell' ospedale di Cleveland, ha reso necessarie queste misure precauzionali.
Il reparto ha poi una ricca dotazione di ampolle radiogene, fornite quasi tutte dalla ditta Müller di Amburgo e si è creduto necessario di ricorrere in questo caso all'industria forestiera perchè la Müller fornisce le migliori ampolle del mercato europeo.
Nella camera di terapia sono disposti gli schermaggi con lastre di piombo e malta al bario. La camera è attrezzata con uno stativo pensile per tubi normali e con un lettino che si presta a qualunque applicazione Rôntegenferapica. È dotata di due ampolle Müller per terapia profonda « Gross. metro » che consentono applicazioni fino a 45 cent. di S. E., e di due ampolle della Radiotecnica per radioterapia superficiale fino a 30 e 35 cent. S. E.
La sala di radiodiagnostica è attrezzata con un ortoscopio normale in metallo, un trocoscopio pure in metallo, uno stativo porta tubi, un Potter-Bucky, scorrevole sotto il piano del letto e munito di un dispositivo di elettromeccanica che permette di far funzionare il tubo col movimento della griglia. Completano il ricco arredamento un seriografo, un  dispositivo metallico per teleradiografia, due tubi Müller autoprotetti, due tubi Müller a fuoco lineare e, finalmente, un moderno negatoscopio biluce per le radiografie stereoscopiche.

IL REPARTO OPERATORIO

Il reparto operatorio consta di cinque vani, di cui uno costituisce un anticamera che separa la sala operatoria dal corridoio del Padiglione, e dà a destra accesso alla camera di preparazione dell'operando e della narcosi, a sinistra alla camera di preparazione dei chirurghi, dove sono tre lavabi di maiolica provvisti di acqua calda e acqua fredda e di rubinetti manovrabili col gomito e col ginocchio.
Dalla camera di preparazione del malato e da quella di preparazione dei sanitari, si accede alla sala operatoria per due porte laterali, mentre una porta centrale nella parete divisoria con l'anticamera mette  in diretta comunicazione questa con la sala operatoria; con questa disposizione di aperture si evita, durante le sedute operatorie ordinarie, l'inconveniente dell'incontro del malato che entra per essere sottoposto all'operazione, con quello che esce già operato.
Alla camera di preparazione dei sanitari segue, e comunica con essa ampiamente, la camera di sterilizzazione del materiale occorrente per le operazioni e dei ferri chirurgici. L' arredamento di questo ambiente venne affidata alla Ditta Schaerer S. A. di Berna, nota in tutto  il mondo come casa specializzata in tali costruzioni.
A ridosso della parete divisoria con la camera di operazione, sono  collocati:
1) Un grande autoclave a doppia parete verticale, con pompa aspiratrice: pressione di lavoro 2,5 atm. temp. di steriliz. 138°c.; collegato con tubi di rame nichelato, e due apparecchi della capacità di 75 litri ciascuno, per la conservazione dell'acqua sterilizzata fredda e calda, che viene condotta direttamente nella sala di operazione e qui erogata  per mezzo di due rubinetti con campana di protezione;
2) A destra dell'autoclave, sopra un piedistallo in muratura, con piano di marmo, una sterilizzatrice rettangolare per i ferri chirurgici; essa possiede un sistema di raffreddamento marginale per evitare che i vapori, che si svolgono durante la ebollizione, si diffondano nell' ambiente, e uno speciale dispositivo a pedale che consente di aprire il coperchio stando nella camera di operazione.
ln corrispondenza della sterilizzatrice degli istrumenti è praticata una finestra di comunicazione con la sala operatoria, finestra che può essere aperta o chiusa mediante un quadro di cristallo, che si alza e si abbassa a ghigliottina.
In tal modo, l’infermiera che sta ai ferri può, dalla sala operatoria stessa, aprire, col pedale, il coperchio della ebollitrice dei ferri, e, attraverso la suddetta finestra, ritirare direttamente dalla ebollitrice gli strumenti sterilizzati, occorrenti per l' operazione.
Il suo pavimento è, come quello di tutti gli ambienti dell'ospedale, in gettata alla veneziana con guscio concavo agli angoli di incontro con le pareti; queste fino all'altezza di due metri sono rivestite di uno strato spesso di marmo-cemento, perfettamente compatto liscio e impermeabile così da assicurare con facilità la completa pulizia dell'ambiente.
Tutta la parete rivolta a nord-nord-ovest dall’altezza di un metro dal pavimento fino al soffitto è chiusa da una grande e doppia vetrata, a vetri completamente trasparenti verso l' esterno, e smerigliati all'interno; per aumentare ulteriormente la luminosità dell'ambiente, nella parete rivolta a nord-est la quale è riparata dai raggi del sole del mattino, dall'ombra che proietta il resto del Padiglione, é aperta una seconda grande finestra con doppia vetrata, a vetri trasparenti all'esterno e smerigliati all'interno, munita di un dispositivo speciale, per la contemporanea apertura di due di riquadri della vetrata, uno interno e l' altro esterno, così da permettere la facile e completa aereazione della camera operatoria; nella intercapedine di questa doppia vetrata sono convenientemente disposti dei filtri di stoffa per evitare che con l'aria penetrino nell'ambiente mosche o moscerini, e in parte anche la polvere.
Dal soffitto, oltre quattro lampade elettriche minori poste agli angoli pende al centro una grande lampada scialitica Panfophos Zeiss, per la illuminazione durante le operazioni in cavità; e nelle pareti della sala sono distribuite parecchie prese di corrente elettrica a 125 e a 220 volts, per i motorini degli strumenti per operazioni sulle ossa, per l' aspiratore di liquidi Atmos, per i termo-cauteri, per la eventuale illuminazione sussidiaria.
La sala operatoria è fornita di un letto chirurgico di Hahn-Block a pompa d' olio, corredato di tutti i dispositivi per ottenere, le diverse posizioni occorrenti; vi trova posto inoltre l'ordinario arredamento per  operazioni.
Le scalinate del Padiglione sono di gradini di marmo bianco; i pavimenti, in gettata alla veneziana di variati ed eleganti colori, sono muniti di un guscio concavo all'incontro colla parete, con grande vantaggio della pulizia e dell'igiene. Uno zoccolo alto metri 1 ricopre tutte le pareti ed è costituito da uno spesso strato di marmo-cemento, un prodotto di recente introduzione, perfettamente impermeabile, a superficie liscia lucida ed inattaccabile dagli acidi.
Le ampie e numerose finestre sono fornite di infissi con la parte  superiore apribile a vasistas, per il facile e pronto rinnovamento dell'aria negli ambienti.
Il Padiglione, progettato con serietà di vedute e costruito con ogni scrupolo, risponde bene ai dettami della moderna tecnica igienico-sanitaria. Tutti gli impianti sono stati eseguiti con ogni accuratezza utilizzando il miglior materiale e sorvegliando anche i minimi particolari.
Per la fognatura si è adottato il sistema della canalizzazione separata per le acque bianche e nere e si è abbondato nel numero dei gabinetti di decenza, opportunamente distribuiti nei diversi piani e forniti alcuni di vaso alla turca, altri di vaso inglese. Egualmente numerosi sono i lavabi di porcellana, con acqua corrente calda e fredda e i bagni con vasche di ghisa smaltata. L' impianto per la distribuzione dell'acqua calda ai lavabi e ai bagni, a termosifone, consente l'erogazione quasi immediata dell' acqua già calda. Mediante poi una speciale rete di tubazione si è abolito il molesto rumore di gorgoglio che si genera durante lo scarico.
L'impianto di riscaldamento, a termosifone, è stato calcolato in modo che con una temperatura esterna di —50 (eccezionale a Teramo), permette di realizzare una temperatura interna di +16° in tutti i locali comuni, di +20° nei gabinetti di decenza e da bagno, di +25° nelle sale di medicazione e negli ambulatori, di +30° nella camera operatoria. Per questa e per le camere di medicazione si è installato un secondo impianto sussidiario a termosifone, per il riscaldamento nelle stagioni intermedie.
L'apparecchio montavivande, situato nei pressi della cucina, porta ai diversi piani i cibi ancora caldi ed evita inutili giri per la distribuzione di essi.
Per il rapido allontanamento della biancheria sudicia e dell'immondizia sono state costruite delle capaci e comode botole comunicanti direttamente col pianterreno verso l'esterno.
L'illuminazione elettrica è stata oggetto di speciali attenzioni: tutte le condutture sono state fatte a traccia, e protette da cavi di piombo; il materiale adoperato è il migliore offerto oggi in commercio. Numerosi diffusori, distribuiti opportunamente, illuminano i locali con una luce chiara ed uniforme; durante la notte viene mantenuta nelle infermerie una tenue e riposante luce verde.
L'impianto delle sonerie, anch'esso sotto traccia, è provvisto di segnalazioni luminose, in modo da evitare le lunghe attese degli infermi, e costringere l'infermiere di turno alla più assidua vigilanza.
Completa la serie degli impianti quello telefonico, automatico, dotato di numerosi apparecchi distribuiti negli ambienti principali dell'edificio, tenendo conto delle esigenze di tutti i servizi.
L'arredamento è stato quasi totalmente rinnovato; letti, comodini, poltrone tavoli, armadi: tutto nuovo e di materiale ottimo che offre, oltre all'eleganza, la garanzia della lunga durata. Nuovo è perfino il materiale lettereccio: materassi, lenzuola, coperte, federe ecc. Così pure è stato rinnovato e completato l'arredamento delle sale di medicazione, degli ambulatori e della sala di operazione.
L'architettura del Padiglione chirurgico, sobria ed elegante nelle sue grandi masse, ricorda, specialmente nella parte centrale, qualche motivo del tardo Rinascimento che, applicato con senso di modernità, conferisce all'insieme dell' edificio quell' aspetto sereno e maestoso che tanto si addice alle costruzioni ospedaliere.
Dal misero ospizio Di Bartolomeo Zalfoni del 1300 ai grandiosi e moderni edifici di oggi, quanto cammino è stato percorso !

Decreto che prescrive lo stabilimento di due Ospedali nell’Abruzzo  Napoli 26 Ottobre 1631.

FERDINANDO II PER LA GRAZIA Dl DIO, RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE Ecc. Ecc.

Desiderando di ampliare i mezzi pel Soccorso di ammalati poveri che non possono accogliersi negli Ospedali dei Capoluoghi delle Provincie,
Considerando che in molti Capoluoghi di Distretti non esistono Ospedali di questa specie, e per le vicende dei tempi sono caduti in abbandono,
Veduto il parere della Consulta dei nostri reali domini al di qua del Faro,
Udito il nostro Consiglio ordinario di Stato,
Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:

Art. 1 Saranno stabiliti nella Provincia d’Abruzzo ulteriori due Ospedali, uno nel Comune di Teramo e l'altro in quello di Penne, riattandosi i locali che esistono. La dotazione di ciascun Ospedale sarà di ducati milletrentadue l'anno per ognuno, onde mantenersi quindici piazze di ammalali poveri dei rispettivi distretti.
Art. 2 I fondi di dotazione verranno prelevati con un ratizzo sulle rendite dei luoghi Pii dei propri distretti e di un supplemento dal ratizzo di ducati quattrocento raffo per  l' Ospizio di S. Antonio Abate di Teramo fino alla quantità necessaria. Le spese di riduzione dei locali e di primo Stabilimento, verranno eseguite sulla rendita di un’annata con la prudenza ed economia del consiglio degli Ospizi.
Art. 3 Il nostro Ministro Segretario di Stato degli affari inferni, è incaricato dell'esecuzione del presente decreto.


Statuto organico  Ospedale Civile di S. Antonio Abate.

Art. 1 L’Ospedale Civile di S. Antonio Abate trae origine dal lascito Zalfoni come  dalla Bolla del Vescovo di Teramo Nicolò Arcioni del 1323 e si sostiene con le rendite proprie, col ratizzo provinciale stabilito col R. Decreto 26 ottobre 1831, n. 396. Ha sede nel Comune di Teramo ed è amministrato dalla Congregazione di Carità.
Art. 2 Ha per iscopo di curare tutte le malattie acute e le croniche guaribili comprese le mentali per le quali ha una speciale sezione. Sono escluse le malattie croniche incurabili.
Art. 3 Ha inoltre un Ospizio sito nel Comune di Giulianova per la cura di malati scrofolosi e rachitici.
Art. 4 L' Ospedale avrà reparti separati per gli uomini e per le donne, così pure l' Ospizio Marino.
Art. 5 Nell'Ospedale si ricevono a cura gratuita, nei limiti dei propri mezzi, gli ammalati poveri del Circondario di Teramo.
Art. 6 Il numero dei letti viene stabilito dalla Congregazione di Carità in base alle rendite dell'Ospedale ed agli altri proventi.
Art. 7 Potranno essere ammessi nell'Ospedale anche malati non poveri purché paghino le rette stabilite dal Regolamento interno.
Saranno ricevuti i malati di tubercolosi polmonare in un apposito locale che sarà all'uopo costruito.
Art. 8 a curare gli infermi sarà nominato per la Sezione Manicomio un medico Direttore ed un medico assistente e per la Sezione Ospedale un medico chirurgo Direttore e due medici chirurghi assistenti.
Ad ogni vacanza dei direttori e degli assistenti il Presidente della Congregazione provvederà coi concorsi per la nomina o per chiamata di persone di meriti elevati.
Il passaggio di classe si verifica dopo sei anni di lodevole e non interrotto servizio.
E’ permesso ai giovani medici di frequentare le sale dell'Ospedale dietro  autorizzazione data dal Presidente della Congregazione, inteso il parere dei rispettivi direttori. Vi sarà pure un farmacista patentato.
Gli obblighi e i doveri di ciascuno non che gli stipendi saranno determinati dal Regolamento interno, come pure la cauzione che deve prestarsi dal farmacista.
Art. 9 Gli infermi di malattia mentale si ricevono solo a pagamento la cui obbligazione dovrà essere assunta da chi vi è tenuto per legge.
Art. 10.  Per essere ammesso nella Sezione Ospedale l'infermo dovrà presentare domanda corredata dal certificato medico, indicante la malattia da cui è affetto e dal certificato di povertà rilasciato dalla autorità competente.
Art. 11 Un medico della sala esaminerà i certificati e visiterà l'infermo rilasciando analoga dichiarazione per l'ammissione dell'infermo stesso nell' Ospedale.
Art. 12 La Congregazione di Carità eserciterà la sorveglianza dell'Ospedale.
Art. 13 Spetta alla Congregazione di Carità nominare i sanitari, gli ecclesiastici, addetti all'assistenza degli infermi, gli inservienti e di provvedere per le punizioni.
Art. 14 All'assistenza degli ammalati saranno pure chiamate le Figlie della Carità nel numero che si crederà necessario per le diverse Sezioni. Esse sorveglieranno l'adempimento di tutte le prescrizioni mediche e si presteranno alla cura dei ricoverati.
Art. 15 I farmaci saranno forniti dalla Congregazione di Carità, o mediante la farmacia propria o per l'appalto, nel caso venisse chiusa pure la farmacia dell'Ospedale.
Art. 16 La Congregazione provvede al servizio sanitario e, sentiti i Direttori della Sezione, dividerà gli infermi per comparti di malattie speciali e di malattie comuni, assegnando a ciascun comparto il personale medico chirurgico.
Art. 17. Tutto il personale addetto all'Ospedale dipende dalla Congregazione di Carità.

Teramo, 20 giugno 1900


 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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