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VERBANIA Ospedali riuniti Pallanza-Intra

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La scheda di questo ospedale è stata resa possibile dall'interessamento del Comune di Verbania che, conoscendo uno studioso di storia locale LEONARDO PARACHINI, ha fatto in modo che ci potessimo confrontare.
Il Sig. Parachini, che ringraziamo,  ha preso contatto con noi e si è reso subito disponibile nel fornire il Suo lavoro di ricerca su i due Ospedali verbanesi, quello di Pallanza e quello di Intra poi appunto Riuniti.

OSPEDALE PALLANZA

Fin dal XVII secolo esisteva a Pallanza un ospizio per i viandanti. Il sacerdote Stefano Caccianini, rettore della chiesa della Madonna di Campagna per la porzione di Villa - Pallanza, legò tutte le sue sostanze alla fondazione di questo hospitale. Con testamenti datati 14 dicembre 1599 e 23 marzo 1612 dichiarò la Confraternita del Ss. Rosario, eretta nella chiesa di Santo Stefano, erede universale dei suoi beni con l’obbligo di fondare una cappellania e un ricovero dove i «poveri peregrini, quali trovandosi in Pallanza [...] troveranno albergo». Ubicato vicino alla chiesa di Santo Stefano, funzionò non in modo continuativo fino verso il 1820, anno in cui per mancanza di redditi fu chiuso definitivamente.
In occasione dell’epidemia di colera che negli anni 1834-1836 colpì le sponde del lago Maggiore, l’intera comunità pallanzese si adoperò per allestire, in una casa nelle vicinanze della chiesa della Madonna di Campagna, un lazzaretto per ricoverare i colerosi. Furono offerti mobili, letti, medicinali, denaro. Scampato il pericolo (in tale occasione non si riscontrò infatti nessun caso di colera a Pallanza) si decise di non disperdere tutto il materiale sanitario donato. Con Atto consolare 9 febbraio 1836 si deliberò di erigere un vero e proprio ospedale civico sotto il titolo di San Rocco e della Beata Caterina Morigia da Pallanza. L’ospedale entrò in funzione quattro anni più tardi, affittando per 80 lire annue alcuni locali della ex casa parrocchiale (l’attuale ristorante La Signora di Salerno in via Manzoni). L’intenzione era quella di allestirvi quindici letti, un’infermeria e magazzini. Ma a causa dell’assoluta mancanza di degenti si ripiegò ben presto su una camera con due letti. Infatti i malati poveri continuarono a essere curati a domicilio da due medici pagati dal Comune.
L’inaugurazione ufficiale del piccolo nosocomio si svolse il 18 maggio 1853. Per qualche anno funzionò come infermeria per i bersaglieri di stanza a Pallanza (1860-62), poi continuò a esistere più sulla carta che di fatto: con pochi degenti e senza una sede propria. Dalla ex casa parrocchiale nel 1877 traslocò al primo piano del palazzo Viani-Dugnani (attuale sede del Museo del Paesaggio), ove vi rimase fino all’inaugurazione del nuovo ospedale Castelli.
Il 24 maggio 1875 moriva a Montecatini il ricco capomastro Giuseppe Castelli, originario di Gemonio ma pallanzese d’adozione. Con testamenti vergati di suo pugno il 15 ottobre 1873 e il 12 agosto 1874, obbligava la Congregazione di Carità, suo erede universale, a «costruire un nuovo fabbricato per uso di ospitale di carità per i poveri della città di Pallanza e militari del distaccamento». Sempre per volontà del benefattore questo ospedale doveva intitolarsi “Ospitale Giuseppe Castelli”. Con Decreto regio 6 gennaio 1876 la Congregazione di Carità di Pallanza ottenne l’autorizzazione ad accettare l’eredità, valutata in lire 716.912,56 ridottasi poi, a causa di liti con la famiglia Castelli e fallimenti di debitori, a circa 400.000 lire. Progettò l’ospedale l’architetto Febo Bottini, che ne diresse anche i lavori, iniziati nel 1879 e terminati l’anno seguente. Costò circa 85.000 lire, più 12.000 lire di mobilio di primo impianto. Inaugurato il 1° giugno 1881.
Una lapide ricorda questo avvenimento:
QUEST’OSPEDALE FONDATO DA CASTELLI GIUSEPPE / FU ERETTO NELL’ANNO 1880 / SOTTO DISEGNO E DIREZIONE / DELL’ARCHITETTO BOTTINI FEBO / VENNE INAUGURATO IL 1° GIUGNO 1881 / ESSENDO AMMINISTRATORI / CIETTI CAV.RE UFFICIALE COSTANTINO - PRESIDENTE / CADORNA AVV.TO GABRIELE MEMBRO / CASTELLI FELICE “ / MORIGGIA GIOV.NI BATTISTA “ / DE GIOVANNINI LUIGI “ / CAVANNA DOTTORE GIUSEPPE - MEDICO PRIMARIO / DELIBERAZIONE 8 MAGGIO 1882 / ENRICO MARCONCINI - SEGRETARIO

Il 20 maggio 1917 si inaugurò presso l’ospedale Castelli, il padiglione “Giuditta e Demetrio De Marchi” per la cura dei malati tubercolotici. La costruzione, progettata dall’ingegner Pietro Castelli, fu resa possibile grazie alla generosità di tre donne: la nobildonna Adelina De Marchi, la signora Erminia Imperatori e la contessa Giovanna Cadorna. Quest’ultima con testamento 25 giugno 1910 nominò erede universale l’ospedale Castelli, stabilendo che tutte le sue sostanze fossero spese per la costruzione appunto del padiglione per i tubercolotici.

OSPEDALE INTRA

Intorno al 1280 la comunità intrese eresse un Ospizio dei pellegrini, per il ricovero dei viandanti. Intitolato a Sant’Antonio, dal nome di una chiesa che sorgeva poco discosto, offriva ricovero, cibo e cure ai poveri di passaggio. All’inizio del XVI secolo si perse ogni traccia di questa istituzione caritativa e dell’ordine religioso che l’amministrava.
Con testamento datato 28 luglio 1777, rogato dal notaio Giovanni Maffei, Giovanni Battista De Notaris fu Pietro legò tutti i suoi beni, per un valore di circa trentamila lire, «a favore di un’Ospitale sotto la denominazione di S. Rocco da erigersi in detto Comune [Intra] a sollievo de’ Poveri infermi».
Alla donazione De Notaris si aggiunse quella della di lui moglie, Maria Cobianchi, e nel 1787 quella del canonico Giuseppe De Lorenzi che con testamenti datati 31 luglio e 9 dicembre, rogati dal notaio Eusebio Isorni, lasciò anch’egli tutte le sue sostanze all’ospedale a quel tempo non ancora esistente.
Il 3 luglio 1792 Vittorio Amedeo, re di Sardegna, con regie patenti ne autorizzava l’erezione, nonostante i redditi derivanti dalle tre donazioni non fossero sufficienti al suo allestimento e al successivo mantenimento. L’ospedale non fu costruito e l’assistenza sanitaria ai poveri fu garantita dal cosiddetto medico dei poveri, stipendiato dalla Congregazione di Carità.
Nel 1839 la Congregazione diede incarico all’ingegnere Tommaso Aluisetti di preparare il progetto di un ospedale da costruirsi in località alla cappelletta, luogo «salubre, isolato dalla città e poco distante dalla chiesa parrocchiale». Nel settembre di quello stesso anno l’ing. Aluisetti sottopose al giudizio della Segreteria di Stato il disegno di un corpo di fabbrica rettangolare con quattro sale divise da un corridoio per un totale di 16 posti letto; stimando il costo complessivo dell’opera in lire 32.703.
Nel dicembre di quell’anno la Congregazione concluse l’acquisto dell’area precedentemente individuata, 5 pertiche di terreno per un esborso di 4.650 lire. Passò quindi a indire la gara d’appalto, ma l’asta per ben due volte andò deserta.
Nel marzo del 1841 la Congregazione incaricò l’architetto Giulio Aluisetti di stendere un nuovo progetto concepito in maniera tale da potersi successivamente ampliare. L’elaborato fu però scartato, poiché il costo dell’opera superava di gran lunga il limite di spesa fissato.
Per quasi tre anni non si parlò più di ospedale, solamente nel 1844, su sollecitazione governativa, il progetto Aluisetti venne tolto dal cassetto e rielaborato dall’ingegnere Pietro Spurgazzi a capo dell’Ufficio del Genio Civile provinciale, il quale apportò modifiche al fine di far rientrare l’opera nei costi a suo tempo previsti. E così nel marzo seguente il capomastro Enrico Imperatori poté iniziare i lavori per la costruzione dell’Ospedale San Rocco nell’attuale piazza Aldo Moro. Il palazzo esiste ancora, riconvertito in abitazioni e uffici.
Sul finire del 1848 si ultimò il tetto. L’infausto esito della campagna militare del 1849, costrinse le Comunità di molte terre di confine a subire una temporanea occupazione delle truppe nemiche vittoriose. A Intra i soldati austriaci si accantonarono per alcuni mesi all’interno del non ancora ultimato nosocomio provocando inevitabilmente guasti e rotture. Sgombrati i militari, la riparazione dei danni aprì un contenzioso tra la Congregazione di Carità e la ditta costruttrice, rallentando di molto l’entrata in funzione dell’ospedale, che fu inaugurato nel 1853 senza nessuna cerimonia ufficiale. Per dieci anni il nosocomio funzionò esclusivamente per i malati poveri.
Tra il 1864 e il 1865, in seguito a una convenzione stipulata con il Ministero della Guerra per il ricovero dei militari malati, la Congregazione fece eseguire i necessari lavori di rimodernamento progettati dall’ingegnere Vittore Caramora.
Sei anni dopo, sempre grazie alle entrate derivanti dalla diaria dei militari, la Congregazione deliberò di ampliare lo «spedale ormai insufficiente a contenere i poveri ammalati». Fu costruita una nuova ala, posta perpendicolarmente alla precedente costruzione, formando così una L.
Nel 1892 in seguito al lascito testamentario voluto da Camillo Tonazzi fu istituito il reparto per gli ammalati cronici.
Sul finire del 1926 la Congregazione di Carità, sotto la presidenza di Mario Maderna, iniziò a valutare lo spostamento dell’Ospedale San Rocco in località le vigne, sulla sponda sinistra del torrente San Giovanni.
Il 16 dicembre 1929, il prefetto Baratono approvò la costituzione di un consorzio fra i comuni di Intra, Arizzano, Aurano, Cambiasca, Caprezzo, Ghiffa, Intragna, Oggebbio, Premeno, Cossogno, Miazzina e Cannero per la costruzione del nuovo nosocomio. Ma la mancanza di coordinazione tra le diverse amministrazioni comunali costrinse il podestà di Intra, Riccardo Lucini, a sciogliere il consorzio e accollare l’intera spesa di edificazione al Comune di Intra.
Il 23 giugno 1935 Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista, giunto a Intra per inaugurare la Casa del fascio, tracciò con l’aratro il primo solco delle fondamenta dell’Ospedale Littorio. Progettato dagli architetti Giannino e Rino Ferrini (padre e figlio), fu inaugurato il 5 aprile 1938.
Il complesso ospedaliero esiste ancora, trasformato parte in Centro Cure Palliative Hospice San Rocco, parte in Casa di Riposo Residenza San Rocco.



 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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