Ospedale di Santa Maria dei Battuti - ospedali d'Italia

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Ospedale di Santa Maria dei Battuti

Ospedali Nord est > Regione Veneto > Treviso città

Il contenuto di questa scheda deriva da un lavoro ben più ampio redatto dal Prof Francesco Bianchi, e che potete vedere nella sua integrità scaricandolo dal sito, che ben volentieri ci ha autorizzati a pubblicare.


https://www.academia.edu/41473024/Adottare_nella_terraferma_veneta_del_Quattrocento_investimenti_affettivi_opportunit%C3%A0_economiche_benefici_spirituali

Le origini dell’ospedale risalgono all’iniziativa di una confraternita di disciplinati, in modo non dissimile da molte altre località della terraferma veneta, dove il movimento dei battuti si contraddistinse per la promozione di attività caritative (oltre a quelle devozionali), al punto che nel Trecento quasi tutti i principali ospedali dei maggiori centri veneti erano governati da congregazioni di battuti. Il primo documento che attesta l’esistenza a Treviso della confraternita (o scuola) di Santa Maria dei Battuti è un testamento del 1269, mentre l’ospedale aprì i battenti poco dopo. In pochi decenni il sodalizio seppe conquistare il consenso dei trevigiani, che si concretizzò con il riconoscimento di numerose e a volte cospicue donazioni, grazie alle quali fu possibile finanziare servizi assistenziali diversificati, promuovere manifestazioni devozionali di vario genere e accumulare un patrimonio imponente. Il successo dei battuti incoraggiò, a sua volta, il sostegno delle principali autorità laiche ed ecclesiastiche coinvolte nel governo della città.
Questi appoggi e l’ampia disponibilità di risorse consentirono all’ospedale di concentrare entro le proprie mura gran parte dei servizi assistenziali urbani, assorbendo o marginalizzando le attività degli altri e più piccoli ospizi di Treviso. Verso la metà del Quattrocento il Santa Maria dei Battuti, ormai dotato di circa 200 posti-letto e forte di entrate annue monetarie per oltre 20.000 lire veneziane (senza contare le entrate in natura), era diventato il più ricco e capiente ospedale della terraferma veneta. Le categorie di bisognosi che trovavano riparo, cure e sostegno presso questo ospedale erano le più varie, in linea con il carattere polifunzionale delle strutture ospedaliere medievali, e va da sé che la centralità di questa istituzione a Treviso non riguardava solo l’erogazione di servizi sanitari, caritativi e devozionali, intervenendo anche non trascurabili ripercussioni economiche e politiche : economiche, per la capacità della scuola di riversare in città gran parte delle proprie consistenti rendite, sotto forma di elemosine, salari, pagamenti di fornitori, risorse annonarie; politiche, per la rilevanza della confraternita come strumento di legittimazione del patriziato locale, che proprio attraverso la guida della scuola e del suo ospedale poteva raccogliere consenso e conservare funzioni di ceto dirigente, a dispetto della sua sostanziale esclusione dal governo effettivo della città, sotto lo stretto controllo veneziano.
Il quartiere che raccoglieva gli edifici dei battuti si estese insieme al crescente impegno assistenziale della scuola e, già alla metà del Quattrocento, costituiva una sorta di cittadella autonoma entro il tessuto urbano di Treviso. La «cittadella» ospedaliera (così qualificata nel 1681 dall’abate Domenico Vettorazzi) esprimeva anche sotto il profilo urbanistico l’autonomia di cui godeva la confraternita, che nella propria relativa indipendenza preservava un orgoglio dalla chiara valenza civica, in modo non dissimile da quanto riscontrato nelle maggiori istituzioni assistenziali degli altri centri soggetti alla Serenissima. Nel XV secolo molte città dell’Italia centro settentrionale riformarono la gestione dei servizi assistenziali, superando i tradizionali modelli caritativi, per fronteggiare con maggiore efficacia i disagi di una società scossa da ricorrenti crisi epidemiche, belliche e di sussistenza. Queste riforme si manifestarono attraverso la fusione dei piccoli ospizi in strutture di maggiori dimensioni e mezzi (gli ‘ospedali grandi’) o con l’introduzioni di ospedali specializzati nella cura di particolari categorie di bisognosi. Tuttavia, Treviso non partecipò a queste riforme, perché sin dal Trecento l’ospedale dei battuti aveva cominciato a monopolizzare i servizi assistenziali urbani, diventando anzitempo un ospedale grande e saturando così il ‘mercato’ della carità.
Treviso dovette però confrontarsi con la crescita delle esposizioni d’infanti, pur non dotandosi di un orfanotrofio autonomo e lasciando all’ospedale dei battuti il compito di accudire e reintegrare in società i trovatelli, a differenza di quanto stava accadendo a Padova e Vicenza, dove, invece, l’assistenza agli esposti fu garantita dalla specializzazione di antichi ospedali riconvertiti in brefotrofi.
In assenza di statistiche esatte, si può ipotizzare che, sul finire del Quattrocento, l’ospedale mantenesse un centinaio di trovatelli.
Una volta accolti dall’ospedale, i bambini ricevevano subito cure spirituali e materiali. Si somministrava loro il battesimo, se non ancora consacrati, ed erano temporaneamente affidati alle cure di una balia interna, in un reparto protetto, in attesa di incaricare una balia esterna per allattarli, svezzarli e accudirli, dietro il pagamento di un salario. Dopo qualche anno sarebbero rientrati in ospedale, per rimanervi fino al loro reintegro sociale, che avveniva tramite adozioni, matrimoni, contratti di garzonato o di lavoro domestico. Prima di allora, però, la vita dentro l’ospedale avrebbe seguito un ritmo scandito dall’impiego in semplici mansioni, dall’avvio ad attività professionali, da momenti di svago, di educazione religiosa e, a volte, di educazione scolastica. Nel complesso, questo sistema di gestione dell’assistenza agli esposti si conformava a un modello condiviso da diverse istituzioni dell’Italia tardomedievale.



 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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