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Ospedale del Ceppo

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Lo Spedale del Ceppo di Pistoia deve la sua origine ad una delle numerose compagnie e confraternite fiorite nel corso del XIII secolo, la Compagnia di Santa Maria del Ceppo dei poveri, nota anche come Compagnia della Crocetta. Non ci è noto l’anno della sua fondazione ma la documentazione ne attesta l’esistenza a partire dalla seconda metà del XIII secolo con fine assistenziale nei confronti dei poveri e degli ammalati. Dai primi del Trecento fino agli inizi del Cinquecento, la Compagnia gestì l’Ospedale ed il suo priore o governatore fu sempre riconosciuto di diritto rettore o spedalingo dello stesso.
A prescindere dalla leggendaria origine dell’Ospedale, che ne attribuiva la fondazione ai pii coniugi Antimo e Bandinella, ammoniti in sogno da una voce celeste ad edificare un ospedale nel punto in cui, sull’argine della Brana, avessero trovato un ceppo fiorito in pieno inverno, è noto che con il termine Ceppo veniva identificata la cassetta delle elemosine nella quale i benefattori deponevano le loro offerte.
Fu solo dopo l’epidemia di peste nera del 1348, che il Ceppo assunse un ruolo di preminenza rispetto a tutti gli altri ospedali cittadini. Da quel momento si moltiplicarono anche i lasciti testamentari in favore dell’Ospedale, che andarono a costituire la base del suo cospicuo patrimonio immobiliare.
Un nuovo e ancor più grande sviluppo della fabbrica dell’ospedale si ebbe a seguito dei privilegi accordati dal Comune di Pistoia e dalla Signoria fiorentina nel corso del XV secolo.
Agli inizi del Quattrocento l’ospedale di Santa Maria del Ceppo, si era affermato come l’ente più ricco e più importante nel panorama assistenziale pistoiese, potendo vantare un bilancio doppio rispetto a quello del vescovado.
Dalla dichiarazione catastale del 14287, si ricava che l’ospedale manteneva con le proprie entrate 70 infermi temporanei e circa 25 permanenti, e che spendeva ogni anno 600 lire per medicine e zucchero per gli ammalati, 500 lire in frumento, 300 in vino e 50 in orzo per produrre acquavite. Inoltre l’ospedale provvedeva alla distribuzione di cibo e vestiario ai poveri tutti i lunedì e nelle festività di Ognissanti e del giovedì santo, ai prigionieri nella settimana successiva all’Assunzione e ai poveri vergognosi il lunedì, il mercoledì e il giovedì di ogni settimana.
Il personale interno era composto da due medici, otto infermieri (quattro maschi e quattro femmine) ed altri inservienti. Nell’Ospedale, sia per prestare assistenza agli ammalati che per somministrare i conforti religiosi, era inoltre presente personale religioso.
Inizialmente tale compito fu affidato ai Fraticelli, mentre dalla fine del XIV secolo ai frati dell’ordine dei Gesuati, fondato dal fiorentino beato Giovanni Colombini. Con concordato del 1540 le monache Gesuate di San Bastiano vennero destinate all’assistenza delle inferme ed assoggettate direttamente allo spedalingo che provvedeva al loro mantenimento. La collaborazione con le Gesuate nel servizio ospedaliero delle inferme, era ancora attiva alla metà del XVIII secolo, mentre per gli infermi di sesso maschile e per il proprio servizio l’Ospedale si avvaleva di ulteriori trenta persone.
Il Ceppo era amministrato da uno spedalingo o hospitalarius, eletto dalla Compagnia della Crocetta. Lo spedalingo non percepiva alcuno stipendio, ma godeva gratuitamente di un quartiere fornito di mobilia, biancheria, argenterie, vitto, carrozza e regalie ed aveva una famiglia stipendiata e mantenuta a carico dell’ospedale. Nonostante la sua gratuità, per il prestigio ed i vantaggi che ne derivavano, tale carica era stata, fino dal XIV secolo, oggetto di forti contrasti fra le maggiori famiglie pistoiesi.
La situazione andò aggravandosi allorché il Comune accordò all’Ospedale gli stessi privilegi goduti dall’Opera di San Jacopo, privilegi ratificati dalla Signoria di Firenze ed ulteriormente ampliati il 22 novembre 1424, quando il Ceppo venne equiparato agli ospedali degli Innocenti e di Santa Maria Nuova di Firenze.
Nel 1444 a tali privilegi si aggiunse la concessione, data a capitani e consiglieri, di poter deliberare qualunque negozio della Compagnia con il consenso di trenta confratelli.
Questa concessione, svincolando di fatto l’Ospedale dall’autorità comunale e concedendogli un’ampia autonomia di gestione patrimoniale, aumentò notevolmente l’interesse di coloro che ambivano alla carica di spedalingo determinando varie irregolarità amministrative.
Dopo un periodo di relativa tranquillità, dovuto all’intervento di Lorenzo de Medici, gli scontri si riaccesero sul finire del XV secolo, in occasione dell’elezione dello spedalingo di San Gregorio1. Gli scontri, che degenerarono ben presto in una vera e propria guerra tra le famiglie Panciatichi e Cancellieri, ebbero il loro culmine nell’assalto e nella presa, da parte dei Cancellieri, dell’Ospedale del Ceppo, all’interno del quale i Panciatichi, che lo governavano, avevano concentrato un nutrito gruppo di seguaci.
Per evitare nuove contese, il 18 agosto del 1500 la Repubblica fiorentina confermò il possesso dello Spedale del Ceppo ai priori del Comune di Pistoia, facendo cessare ogni forma di governo da parte della Compagnia della Crocetta.
A seguito dell’intervento di Luigi XIII re di Francia, la Signoria fiorentina inviò 13 Commissari con pieni poteri che, fra le altre cose, abolirono con decreto del 21 agosto 1501 la carica di spedalingo del Ceppo, sottoponendone l’amministrazione all’Ospedale di Santa Maria Nuova. La Compagnia della Crocetta, privata dei suoi diritti, venne definitivamente estromessa nel 1533.
Sotto l’amministrazione degli spedalinghi di Santa Maria Nuova e grazie all’appoggio del governo granducale, le condizioni economiche dell’Ospedale migliorarono notevolmente tanto che, agli inizi del XVII secolo, si procedette ad un ampliamento dell’ala destinata agli uomini.
Fra i provvedimenti emanati dal Granduca nei confronti di S. Maria Nuova e conseguentemente estesi al Ceppo, si ricordano l’elezione di quattro deputati con incarico di coadiutori dello spedalingo negli affari amministrativi, l’obbligo di ricorrere al principe in caso di controversie, la proibizione di alienare beni di valore superiore ai 200 scudi ed acquistarne di valore superiore ai 500.
In questo stesso periodo vennero istituite una scuola di Anatomia, dove un cerusico ed un medico dell’Ospedale leggevano trattati di insigni anatomisti, ed un’altra scuola dove si impartivano, da parte dell’Infermiere, nozioni di chirurgia pratica e medicamenti.
Con motuproprio del 31 ottobre 1661 il granduca Ferdinando II, accogliendo le continue rimostranze degli infermi per la trascuratezza dei medici, stabilì norme precise circa il numero dei medici e dei chirurghi, sia ordinari che straordinari, regolò il turno delle visite e dell’assistenza agli ammalati ed il servizio delle assistenti e delle oblate. Con Cosimo III, nel 1684, tali norme furono ulteriormente specificate.
Dopo un periodo di grandi migliorie, che caratterizzarono in modo particolare il governo di Michele Mariani e del suo successore Antonio Cappelli, si ebbe un periodo di decadenza, causata sia dalla cattiva amministrazione degli spedalinghi che dalla quasi totale indifferenza dei granduchi. Sarà solo dopo il passaggio del governo del Granducato dai Medici ai Lorena, che il Consiglio di Reggenza si impegnò in una radicale riforma degli enti ospedalieri. Per prima cosa venne destinato al governo degli Ospedali un secolare, con il titolo di commissario, che avrebbe dovuto sostituire lo spedalingo, pur rimanendo affrancato dall’autorità ecclesiastica.
Il commissario, diversamente dallo spedalingo, percepiva uno stipendio di 300 scudi che fu aumentato fino ad 800 scudi ed inoltre aveva l’uso gratuito del quartiere, della mobilia, della carrozza ed il pieno rimborso delle spese in caso di viaggi o di visite per ragioni di servizio.
Sotto la Reggenza lorenese gli ospedali furono riformati anche dal punto di vista medico-assistenziale; fu nominata una commissione di medici, composta dai dottori Bertini, Franchi e Cocchi, con l’incarico di proporre le riforme da apportare ai metodi curativi ed assistenziali dell’ospedale di Santa Maria Nuova. Contemporaneamente venne inviato a visitare i più rinomati ospedali francesi il dottor Angelo Nannoni il quale, supportato anche dai suggerimenti del dottor Rayser, chirurgo della Camera Imperiale, fornì la base dei nuovi regolamenti per la medicheria, la chirurgia e l’amministrazione, approvati negli anni 1747- 1752.
Per quanto riguarda più specificamente la storia del Ceppo, si riporta la relazione del dottor Saverio Manetti, incaricato dalla Reggenza e dai Commissari delegati sopra gli affari dello Spedale di Santa Maria Nuova, di verificare quali fossero le condizioni dell’ospedale pistoiese.
L’ospedale, a giudizio di Manetti pulito e ben ventilato, contava 41 letti per gli uomini e 50 per le donne, forniti di biancheria. Gli ammalati venivano ammessi previa visita da parte dell’infermiere o, in sua mancanza, del giovane di Guardia. A ciascuno di essi al momento dell’ingresso, era fornita una veste di lana scura ed una camicia a maniche aperte. Gli uomini erano assistiti dagli studenti di chirurgia che, in caso di epidemia o di particolare necessità, erano affiancati da alcuni inservienti provvisori.
Le donne erano invece assistite da 38 monache che si occupavano anche del servizio di cucina e biancheria. Altre sei monache si occupavano invece di servizi non legati all’assistenza e alcune di esse avevano persino qualche nozione di tipo chirurgico. Prestavano servizio in ospedale otto medici di ruolo, i quali si alternavano con turni di due medici per ciascun trimestre. I più anziani percepivano un emolumento di 40 staia di grano l’anno, mentre gli altri semplici regalie. Tutte le mattine i due medici in servizio procedevano alle visite degli ammalati, sia uomini che donne, secondo una lista preparata dall’infermiere ed accompagnati da un giovane speziale che annotava nel libro delle ricette i medicamenti prescritti.
Spettava ai medici qualunque decisione circa la dieta dei malati e la loro dimissione, di cui si occupava materialmente l’infermiere. Non molto praticata risultava la dissezione dei cadaveri, che invece era ritenuto un esercizio assai utile per i chirurghi. Non si procedeva con regolarità neanche ad ispezionare le dispense dei medicinali, affidandosi completamente al maestro di spezieria.
Prestavano servizio in ospedale cinque cerusici detti “maestri di grembiale”, ed un infermiere cui spettavano le operazioni di “grande chirurgia”, la lettura agli studenti della pratica chirurgica e le procedure relative all’ammissione, dimissione ed accoppiamento dei malati. L’Infermiere percepiva uno stipendio di 100 scudi l’anno, mentre i cerusici di 12 staia di grano l’anno.
L’armamentario chirurgico viene giudicato da Manetti, scarso. Si osserva infatti come per la maggior parte esso consista in ferri per l’estrazione dei feti ed in bottoni da fuoco all’epoca ormai in disuso. Al contrario la spezieria viene giudicata ben fornita ed ordinata, gestita in maniera corretta da un maestro, coadiuvato da due apprendisti.
Alla relazione del Manetti fece seguito una riforma dell’ospedale. In data 23 novembre 1767, in esecuzione del rescritto di S.A.R. del 12 novembre, vennero introdotti importanti miglioramenti tra i quali la possibilità data al camarlingo di aumentare, in caso di necessità, le monache e gli inservienti addetti all’assistenza degli ammalati; l’obbligo per i due medici anziani di controllare personalmente la composizione dei nuovi medicinali prescritti, di compiere visite periodiche alla dispensa dei medicinali, di rinnovare la strumentazione chirurgica ed anatomica. Venne inoltre previsto che il camarlingo fosse tenuto a vigilare sullo svolgimento delle lezioni provvedendo all’acquisto dei libri di anatomia per gli studenti che ne fossero sprovvisti, anche se tali testi rimanevano di proprietà dell’ospedale. L’infermiere infine avrebbe dovuto provvedere alla creazione di un erbario ad uso degli studenti.
In seguito alla grave carestia verificatasi negli anni successivi al 1766-1767, la situazione dei luoghi pii, ancora posti sotto la direzione ecclesiastica, continuò a degenerare, tanto che gli ospedali dei trovatelli e degli infermi si trovarono ben presto in pessime condizioni economiche.
L’amministrazione dell’ospedale del Ceppo da parte dell’ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze, sebbene fosse in origine limitata ad un periodo di sei anni, perdurò fino al 1778 quando, con rescritto del 9 aprile dello stesso anno, fu restituita all’ospedale la primitiva autonomia. Al primo nuovo commissario dell’ospedale del Ceppo si deve la costruzione, a proprie spese, del quartiere sopra il loggiato. A quell’epoca la struttura poteva accogliere fino ad un massimo di 50 uomini e di 40 donne.
Il 17 luglio 1784, su ordine di Pietro Leopoldo, fu inviato a Pistoia il sen. Mario Covoni, commissario dell’ospedale di Santa Maria Nuova, con il compito di riformare gli ospedali del Ceppo e di San Gregorio, fatto che può essere considerato il primo passo verso l’unificazione dei due istituti. Già con il motuproprio del 9 dicembre 1766, si era ordinato che gli orfani dovessero essere ricevuti e curati gratuitamente presso l’ospedale del Ceppo. San Gregorio nel 1777 era stato sottoposto alla giurisdizione del Comune di Pistoia e, nel 1782, assoggettato al sindaco e provveditore della Camera del Comune. Il commissario Mario Covoni ritenendo che i due istituti avrebbero tratto notevoli vantaggi dalla gestione comune del patrimonio, auspicò la loro unificazione. Tale proposta ottenne la sanzione sovrana con motuproprio dell’11 settembre 1784 con il quale ebbero vita i Regi Spedali Riuniti di Pistoia.



 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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