Ospedale dei SS. Giacomo e Lazzaro alla Tomba - ospedali d'Italia

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Ospedale dei SS. Giacomo e Lazzaro alla Tomba

Ospedali Nord est > Regione Veneto > Verona città

Questa scheda deriva da un lavoro postato dall'Associazione di promozione sociale  "un volto nuovo " Ente del Terzo Settore, affiliata al Centro Turistico Giovanile, nata nel maggio 2014 formata da persone che intendono valorizzare il territorio di Verona sud e diffondere la cultura e la formazione tanto da inserire questo Ospedale fra i luoghi del cuore del FAI perché venisse votato in quanto rischia non solo di essere dimenticato ma addirittura perso per sempre.


http://www.unvoltonuovo.it/Storia%20Chiesa%20San%20Giacomo%20e%20Lazzaro.pdf


I primi documenti della sua esistenza datano il 1168 per il ricovero dei lebbrosi.
Dopo il terremoto del 1223 le autorità civili e religiose  predisposero la concentrazione, al  San Giacomo alla Tomba, di tutti i lebbrosi e le lebbrose sparsi nei diversi luoghi della città, ma fu solo il 27 maggio 1225 che il vescovo Iacopo da Breganze sancì di fatto il loro trasferimento. Furono allontanati dalle loro case e si videro, “ire mesti cum suis rebus et massariciis”, andare mesti portandosi dietro anche le assi e i mattoni delle loro case, per andare nel nuovo grande istituto.
Cangrande rinnovò nel 1327 gli Statuti Comunali, riconfermando i privilegi per l’ospedale di San Giacomo alla Tomba e la protezione di tutti i beni, anche per quelli concentrati in esso provenienti dall’Ospedale di Santa Croce. Veniva però obbligato ad accogliere e trattenere presso l’ospedale tutti i lebbrosi e malsani della città, borghi e distretto di Verona, che venivano dichiarati tali e colpiti da denuncia podestarile.
Nel 1377 un certo Gerardo Ognibene lasciò tutti i suoi beni, terre disseminate in quasi tutto il distretto veronese, all’ospedale di San Giacomo e nel 1379 il luogo della Tomba venne danneggiato fin sotto le mura di Verona dalle scorrerie di Bernabò Visconti, tanto che i frati furono costretti ad abitare in città presso una loro casa a San Pietro Incarnario.
Verso la fine del XIV secolo il pericolo della lebbra sembrò diminuire e la normativa viscontea del 1399-1400 in materia di peste rispecchiò sostanzialmente la modifica della funzione del lebbrosario dei Santi Giacomo e Lazzaro alla Tomba, principale istituzione cittadina per l’assistenza. Una controversia del 1403 fra il comune e il priore del lebbrosario permise al notaio Pietro Bertolini, designato dal Comune, di assumere un ruolo amministrativo importante. Costui fu eletto responsabile dell’ospedale e fu così formalizzata la dipendenza dell’ospedale dal Comune, con l’emancipazione dei rapporti fra politica sanitaria e istituzioni ecclesiastiche in genere e il vescovo in particolare.
Le competenze di politica sanitaria spettarono almeno in parte al governo visconteo e, specie per quanto riguarda la prevenzione del contagio pestilenziale e gli interventi nelle fasi acute delle epidemie, il Comune di Verona iniziò ad orientare e destinare i copiosi redditi del lebbrosario ad altri settori per l’assistenza o per il pubblico interesse.
Nel 1414 il Comune ebbe a carico la ricostruzione dell’ospedale, reso inabitabile a seguito della guerra del 1404-1405, quella che condusse alla conquista di Verona da parte di Venezia. Il podestà di Verona affermava nel 1406 che l’ospedale fu “edificatum per commune Verone ad hunc finem ut malsani et leprosi in eo collocarentur”, sottolineando la componente laica della proprietà e della gestione. Dalla redazione di una Provision de far l’ospedalo, si conosce com’era stato costruito: “quattro camini doe manege”, cioè quattro sale in due ali distinte. L’ospedale, che disponeva di un patrimonio fondiario cospicuo, per lo più dislocato in pianura, con grande prospettiva di sviluppo, aveva la funzione di ospitare, più che di curare, i propri assistiti. Si evince una sproporzione fra la potenzialità economica dell’istituzione e l’effettiva capacità o possibilità assistenziale, in quanto l’ospedale, in quei tempi, si trovava a gestire uno scarso numero di persone. Anche la pressione fiscale veneziana, che imponeva nel 1418 la datia lancearum – un’imposta diretta che i tre organi fiscali, distretto, Comune di Verona e clero, dovevano ripartire fra i vari soggetti fiscali sulla base dei loro estimi in rapporto di 8/16, 5/16 e 3/16 –, escludeva, di fatto, dalla tassazione l’ospedale dei Santi Giacomo e Lazzaro e i suoi possedimenti.
A concorrere alla gestione dell’ospedale si ebbero umanisti, notai e nobili del patriziato cittadino. Nel 1425 il consiglio cittadino decise di affrontare un riordinamento dell’ospedale dei Santi Giacomo e Lazzaro, nominando innanzi tutto una commissione di quattro membri noti in città per la loro pietà religiosità. Il priore aveva due consiglieri con la carica di un anno e l’uno e gli altri erano eletti fra i membri più eminenti del patriziato cittadino:
comparivano fra i priori nomi come Dionisi e Montanari. La commissione istituita, oltre a ordinare i criteri di gestione e organizzazione dell’ospedale, stabiliva pure i destinatari dell’assistenza. Nella delibera consigliare del 1425, infatti, si confermarono innanzi tutto gli obblighi istituzionali a favore dei lebbrosi e, a seguire, dei poveri, infermi, pellegrini, deboli, bisognosi e altri degni di compassione e pietà.
Il patrimonio dell’ospedale era quasi esclusivamente di natura fondiaria derivante dalla sola rendita urbana. Buona parte dei beni prodotti (grano, uva, carni degli allevamenti) erano conferiti agli ospedali e, per la carità istituzionalizzata dal patriziato veronese, anche ai numerosi conventi.
Occorre aggiungere che, oltre all’aiuto in natura, per sopperire ai bisogni dei poveri appestati della città, il Comune di Verona ricorreva alla vendita dei beni dell’ospedale, che diventava così una vera fonte assistenziale. Attorno al 1510 una nuova ondata di pestilenza rese insufficienti i locali dell’ospedale e vennero ancora una volta utilizzati i vecchi ricoveri dei lebbrosi primo-duecenteschi, come Sant’Apollinare alla Peccana, Sant’Agata in Basso Acquar .
Nel 1545 l’ospedale di San Giacomo, ricostruito oltre il miglio, perse col tempo importanza rispetto a quello nuovo cittadino e si specializzò nell’assistenza temporanea degli scabbiosi e rognosi. Contava non più di 40-60 degenti fra maschi e femmine, posti in locali separati, oltre ad alcuni lebbrosi. Nei mesi primaverili e autunnali l’ospedale si apriva a un numero elevato di malati badando a curare con unguenti e purghe, come era la tradizione del tempo, mentre durante l’estate e l’inverno restava talvolta chiuso, in quanto ritenuto un periodo non adatto alle cure. Nel XVI secolo il consiglio dell’ospedale era costituito da esponenti delle più nobili e facoltose famiglie veronesi. Questo per due motivi sostanziali: il patrimonio dell’ospedale era rilevante e amministrarlo significava poter avere dei benefici e inoltre l’esercizio della carità, tramite l’ospedale, era un ottimo modo per ottenere prestigio e consenso sociale. Il patrimonio fondiario si estendeva allora sia in aree della fertile pianura che in quelle della zona collinare, con una consistenza stimata in 1875 campi, affidati a coloni parziari, mezzadri e lavoranti, o affittati a patrizi e cittadini benestanti.
Per la sua antica fondazione, per il prestigio riconosciuto dal Comune di Verona e non ultimo per il suo cospicuo patrimonio economico, dalla metà del Quattrocento l’istituzione ospedaliera dei Santi Giacomo e Lazzaro si poteva considerare una potenza egemonica nell’organizzazione sanitaria veronese, che andrà perduta nel tempo con la specializzazione delle varie strutture.
La peste del 1576 si diffuse in Verona con grande rapidità, tanto che i deputati alla sanità pensarono di licenziare i malati dell’ospedale della Tomba “acciò il luogo non si infetasse al contagio”. Il primo gennaio del 1578 i consiglieri dell’istituto trovarono delle irregolarità nei libri dell’amministrazione e il priore Gerardo Avanzo e il suo fattore vennero accusati di vendere a piacere le biade dell’ospedale ai cittadini e contadini senza provvedere ai bisogni dei malati. Dopo la peste, gli infermi furono nuovamente accolti e alimentati secondo l’ordine prescritto e furono prese delle misure contro il contagio con la costruzione di un Lazzaretto presso l’Adige al di fuori delle mura della città.
La peste del 1630, pur decimando buona parte della popolazione, non trovò impreparata l’organizzazione sanitaria, che, nello Stato Veneto, “era quanto di meglio in quello stadio di civiltà si potesse pretendere”. Terminato il contagio, nel 1632, l’ospedale di San Giacomo alla Tomba prese a livello perpetuo i luoghi contigui all’Ufficio di Sanità che appartenevano all’Università dei cittadini e aprì nel 1643 le porte delle infermerie degli uomini e delle donne per curare i cittadini veronesi e del territorio malati di scabbia. Si fecero più volte ordini per il buon governo del Pio Luogo e nel 1662 il Consiglio cittadino deliberò, per gli abusi invalsi, la riforma dei capitoli in base alle antiche leggi: l’obbligo di cauzione da parte del priore di mille ducati per la “buona amministrazione”, la tenuta dei registri, la resa dei conti alla fine di ogni anno, il deposito dell’avanzo sopra il Monte di Pietà, la convocazione settimanale della Sessione e la sua comparsa con il procuratore dell’Ospedale almeno una volta ogni muta, davanti al Consiglio dei dodici per comunicare i nomi dei debitori e ricevere gli ordini necessari. Gli Inquisitori di Terraferma decretarono che tutto il denaro in avanzo delle rendite annue dell’Ospedale fosse posto al Santo Monte a semplice deposito e prelevato solo in caso di precisa urgenza di Sanità.
Successivamente, una morbosa infezione, la mortalità e altre cause inerenti alla sanità, inoltre i restauri occorsi per la riparazione allo Sborro e al Lazzaretto e i danni causati dal passaggio delle truppe austriache nell’ultima guerra di successione esaurirono la cassa di Santi Giacomo e Lazzaro. Nel 1764 furono proposte restrizioni di spesa all’ospedale, essendo ritenute le cure dei rognosi e scabbiosi un male non contagioso e per il quale bastava un medicamento da nulla. L’ospedale di Tomba diventò più propriamente dispensario di medicinali per gli scabbiosi e istituto di prevenzione contro i morbi contagiosi a difesa della popolazione. Venivano impiegati i rimedi migliori allora conosciuti contro i mali e i difetti fisici, anche con l’uso di esperimenti e con l’impiego di finanziamenti dell’Ufficio della Sanità. L’ospedale laico dei Santi Giacomo e Lazzaro della Tomba si trovava allora sotto il comune di Santa Lucia, suburbio di Verona, ed “era amministrato da cinque individui tutti secolari che risiedevano nel locale di propria ragione in Mercato Vecchio in città.
Nel 1797 l’ospedale venne chiuso e le funzioni furono trasferite alla Casa della Misericordia e nel 1803 fu assegnata alla Santa Casa della Pietà metà delle sue rendite. Nel 1863 è documentata la destinazione degli spazi lasciati ormai liberi a caserma comunale, con esclusione della chiesa. L’adattamento a scopo militare, con numerose scuderie, fa pensare a un utilizzo come caserma sussidiaria destinata alla Cavalleria.
Solo nel 1879 l’ospedale venne nuovamente utilizzato, quando la Provincia staccava dal proprio ospedale il reparto maniaci e lo trasferiva a San Giacomo della Tomba per un migliore collocamento dei pazienti dei quali si tentava un recupero con il progetto Stefani-Carli che precedeva la fondazione della Colonia Agricola.


 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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