Ospedale degli infermi Renato Capotondi Calabresi - ospedali d'Italia

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Ospedale degli infermi Renato Capotondi Calabresi

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Questa scheda deriva dalla testata online "La Città - quatidiano di Viterbo e Provincia " . Il Direttore Mauro Galeotti, di Viterbo, ci autorizza a pubblicare quanto "postato" sul sito:

http://www.lacitta.eu/storia/38642-la-gloriosa-storia-dell-ospedale-grande-degli-infermi-ormai-dimenticato.html  


Occorre dire che il contenuto è frutto dello stesso Galeotti che ne ha riportato la storia nel testo: L'Illustrissima città di Viterbo" del 2002

Il complesso dell’Ospedale Grande degli Infermi di Viterbo occupa buona parte del Colle del Duomo.
In questa area era nel secolo XIII l’abitazione dei vescovi della città, abbandonata vari anni dopo che i papi lasciarono l’attuale Palazzo papale. L’Ospedale fu iniziato a costruire il 20 Gennaio 1573 e il reparto di medicina fu realizzato il 24 Gennaio 1574, creato per volontà anche del Comune, tanto che architetto fu uno dei priori, messer Domenico Poggi. Al nuovo ospedale furono destinate tutte le rendite dei vari altri piccoli ospedali ed ospizi della città e gli fu dato, in modo assai semplice e popolare, il nome di Ospedale Grande, perché naturalmente era quello di più grandi dimensioni, mai esistito a Viterbo.La spesa per la costruzione fu di cinquecento scudi, di cui duecento a carico del Comune, duecento del cardinale Farnese e cento dal cardinale de Gambara. L’approvvigionamento di acqua fu preso dalla Fonte di san Lorenzo e fu altresì emesso un decreto che vietava l’impiego, in ospedale, di donne di età inferiore ai cinquanta anni. Nel 1578 per ampliare l’Ospedale fu acquistato l’orto dei Tignosini, poi nel 1582 la Chiesa di sant’Anna e nel 1583, su disegno del viterbese Francesco Monaldi, fu eretta la cappella dell’Ospedale. Altro ampliamento dell’Ospedale si ha nel 1596 quando fu acquistata la vicina Casa e giardino della famiglia Tignosini. Nel 1601 si deliberò di affidare la cura degli infermi ai chierici regolari detti Ministri degli Infermi, prendendo contatti anche con Camillo de Lellis istitutore di quell’Ordine, il quale confermava la venuta di alcuni confratelli. Questi, col consenso del vescovo, furono inviati dal Capitolo della Cattedrale nella Chiesa di Santa Maria in Poggio, concessa nel 1603. Nel 1626 il Comune dette un contributo per ampliare la corsia degli ammalati, poi si optò per ripristinare alcune stanze e nel 1628 venne riparata la Fonte dell’Ospedale. Al principio del secolo XVIII fu aggiunto al primario, un secondo medico con l’obbligo al chirurgo di tenere una volta al giorno una lezione di teoria e pratica, sia agli infermieri dell’Ospedale che ad altri volontari. Chiuso l’Ospedale dei Convalescenti nel 1747, i beni di sua spettanza furono ceduti all’Ospedale Grande.
Nel 1776 i Governatori dell’Ospedale elessero a chirurgo il famoso dottor Prospero Selli, romano, professore di anatomia nella Università della capitale, con l’obbligo sia della lezione quotidiana di teoria e pratica, che della lezione di anatomia ai suoi discepoli, da eseguire almeno due volte la settimana e una volta al mese per chiunque avesse avuto il desiderio di avvicinarsi alla medicina. Tutto sembrava procedere per il meglio, ma arrivò la bufera con la Rivoluzione che causò vari danni per i vari passaggi di truppe francesi durante gli anni della Repubblica romana.
L’Ospedale fu soggetto a varie rapine e saccheggi di letti, biancheria, coperte e suppellettili. Non furono usati riguardi per i medicinali, tanto utili e scarsi, infatti svuotarono anche le dispense della farmacia causando enormi disagi ai dottori e agli ammalati. L’Ospedale poté risorgere grazie alla buona volontà dei viterbesi che, a loro spese, lo rifornirono di tutto il necessario per poter riprendere ad operare. Furono, infatti, poste nuove tasse ai cittadini fino a quando non si ricostituì il patrimonio del nosocomio.
Nel 1803 anche il vescovo di Viterbo, Dionisio Ridolfini Connestabili, si prodigò in favore dell’Ospedale. Il 29 Giugno 1805 venne bandito un concorso per l’incarico di medico primario chirurgo e su ventisette esaminati vinse il dottor Giuseppe Matthey di Parma, questi fu anche incaricato della cattedra di anatomia e di medicina nel Seminario vescovile. Nel 1807, da parte di papa Pio VII, fu concessa all’Ospedale, l’erezione della prima Scuola clinica dei domini papali.
La Scuola clinica fu inaugurata, con la solennità dovuta, l’11 Novembre 1807 nella Sala regia del Palazzo dei priori e fu attiva fino al 1835. Fu rinomata nei primi anni, poi la Costituzione sugli studi emessa da papa Leone XII, il 28 Agosto 1824, stabilì che solo le Università di Bologna e di Roma potevano rilasciare la laurea in medicina escludendo quindi Viterbo. Ogni pressione, perché la Scuola clinica dell’Ospedale di Viterbo fosse considerata come una succursale di quella di Roma, fu vana e ciò ne determinò la fine.
Scrive, nel 1837, Giuseppe Marocco nel suo Monumenti dello Stato Pontificio: «L’ospedale grande degli infermi ha varie corsie, e saloni, ed un bel gabinetto clinico, il primo che sia stato eretto nello Stato Pontificio, camere anatomiche, ed il locale attiguo per le cattedre di medicina teorica e clinica, di anatomia e chirurgia.
Invece Stefano Camilli, nel 1840, lo illustra così: «Fra gli stabilimenti filantropici primeggia l’“Ospedal grande degl’Infermi”, ove i febricitanti infermi di qualunque classe de’ due sessi sono gratuitamente accolti, e curati in corsie, e sale distinte, e ripartite anche secondo la natura delle malattie.  Ha speciali “Governatori”, un “Priore amministratore, Medici, Chirurgi, Giovani assistenti, Apprendisti, Donne inservienti” pel loro sesso (eccetera)”.
Questo stabilimento ha vistosi redditi ed in casi di influenza appresta più centinaia di letti.  Sotto la stessa Amministrazione, ed attiguo allo stesso locale é posto il “Reclusorio de’ Pazzi” ossia Carabozzoli dell’uno, ed altro sesso idoneamente trattati a tenore del grado della malattia». Per costruire una nuova corsia, nel 1850, venne chiuso un vicolo adiacente all’Ospedale, infatti, fino a quel momento esistevano già la corsia per gli uomini e quella per le donne.
Altro ampliamento si ebbe nel 1855 e due anni dopo si fecero i cancelli che furono collocati alle due estremità del piazzale. Nel 1857, anche se il papa espresse il desiderio di collocare nell’Ospedale, quali assistenti agli ammalati, le suore di san Vincenzo de’ Paoli, vennero incaricate quelle di Carità.
Il 3 Settembre 1857 Pio IX visitò le corsie degl’uomini e delle donne, diresse a molti infermi parole di speranza e di conforto, e dopo ciò assiso sul trono ammise al bacio del piede il Sig. Priore, e i Governatori, il Rmo Sig. Can. Don Salvatore Mascini Presidente della Ven. Archiconfraternita dei Sacchi con tutti i fratelli, e la Sig. Teresa Mencarini Marcucci Direttrice delle Sorelle con le sue compagne, destinati tutti per istituzione di S. Giacinta all’assistenza degli infermi; e fra questi due Capi sarebbe difficile impresa lo assegnare a quale si debba il primato per lo zelo, pazienza, e Cristiana Carità, con cui tanto santamente rispondono al loro istituto».
Nel 1860, scrive Giuseppe Signorelli, realizzando la camera mortuaria, fu ovviato lo sconcio di eseguire lungo le vie pubbliche le autopsie sui cadaveri. Il primo Statuto dell’Ospedale fu approvato con Regio Decreto del 23 Luglio 1877, aggiornato in seguito varie volte.
La facciata attuale risale al 1878 e nel 1933 l’amministrazione ospedaliera bandì un concorso per costruire un nuovo ospedale, vari furono i concorrenti, ma pochi i danari accantonati per la realizzazione del progetto, così non fu fatto più nulla. Era stato proposto come luogo di erezione dell’edificio il Quartiere del Pilastro, dove invece furono costruite le Case popolari.
Il 29 Ottobre 1927 vi si insediarono le Minime Suore del Sacro Cuore di Gesù, che offrirono tutto il loro amore per assistere gli ammalati. Gravemente danneggiato nel 1944 per i bombardamenti aerei, l’Ospedale fu riparato e il 30 Novembre 1950 assunse il nome di Ospedale Grande degli Infermi “Renato Capotondi Calabresi” in ottemperanza del desiderio di Angela Bevilacqua, madre di Renato. Infatti, nell’Ottobre del 1950, alla morte dell’usufruttuario Renato Vanni, l’Ospedale entrò in possesso della non indifferente eredità della famiglia Calabresi. 
Sin dal 1933, la signora Angela Bevilacqua, vedova Calabresi Vanni, aveva lasciato erede di tutti i suoi beni immobili l’Ospedale di Viterbo, solo se il suo unico figlio, Renato Vanni, psichicamente minorato, non avesse messo al mondo figli legittimi. Renato non ebbe figli. 
Alla sua morte l’Ospedale si trovò proprietario di sette poderi di circa centoventi ettari, unitamente ad altri fabbricati in Viterbo, tra i quali il Palazzo Calabresi.
All’interno dell’Ospedale, a destra dell’ingresso principale, lungo il corridoio ancora a destra, è il busto in marmo di Giacomo Polidori con l’iscrizione: A ricordo perpetuo dell’insigne benefattore / nob. Giacomo Polidori / la dep. amm. dell’Ospedal grande degl’infermi / A. MCMXXI d.d.
In basso è lo stemma Polidori così raffigurato, secondo Vittorio Spreti: d’azzurro alla fascia d’oro sostenente una colomba con un ramoscello d’olivo al naturale nel becco, accompagnata in capo da due stelle [in realtà ivi lo stemma ne riporta tre] di 6 raggi d’oro ed in punta dal mare fluttuoso d’argento e d’azzurro. ario Signorelli, invece descrive lo stemma nel modo seguente: di rosso, alla fascia cucita d’azzurro caricata da tre stelle d’oro.






 
Dal passato al futuro... un viaggio nel tempo dei templi della salute
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